TITANIC-ITALIA (O DELLA RITROVATA LETTERA DELLA BCE)

Alla fine la famosa lettera segreta inviata dalla Bce al governo italiano è stata resa pubblica. Il suo contenuto è a dir poco stupefacente, ma facciamo un passo indietro. Siamo ai primi d’agosto.

Il governo ha da poco diffuso entità e linee guida della manovra di bilancio, necessaria per mettere in pari i conti pubblici a causa della recessione in atto. Impazzano le critiche legate principalmente al fatto che la progressione della stessa deflagrerà nella legislatura successiva, andando a pieno regime nel 2014.

Qualche giorno dopo trapela l’esistenza di questa famosa lettera, dal contenuto ancora ignoto, che obbligherà l’esecutivo a rimettere mano alla prima idea di finanziaria. Le principali modifiche riguarderanno l’aumento dell’Iva e l’anticipo del pareggio di bilancio. Le accuse di un esecutivo sotto tutela europea si sprecarono, ma oggi – e per questo è stupefacente – scopriamo che così non era. Infatti dei punti ritenuti «pressanti» dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea solo l’anticipo del pareggio di bilancio e poco altro è stato attuato, disattendendo così le aspettative europee.

Draghi/Trichet sottolinearono, senza giri di parole, di ritenere necessario bisogni «aumentare la concorrenza», «migliorare i servizi pubblici», «ridisegnare i sistemi fiscali per rendere competitive le imprese»; servirebbero «radicali riforme» per giungere ad una «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali» che dovrebbero essere privatizzati, in barba al referendum sull’acqua che, grazie ad una campagna mediatica strumentale, è andato nella direzione diametralmente opposta. Si sarebbe dovuto giungere ad una riforma del «sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa» e studiare «una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti», quest’ultime solo parzialmente recepite.

Si invitava, inoltre, il governo italiano ad intervenire «ulteriormente nel sistema pensionistico» e a «valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi» (!). Si sarebbe dovuto introdurre «una clausola di riduzione automatica del deficit che», in caso di scostamento, «compensi automaticamente con tagli orizzontali sulle spese [pubbliche] discrezionali». Si consigliava di porre sotto «stretto controllo» nuovi indebitamenti, anche da parte delle «autorità regionali e locali». E qui si può ben immaginare la faccia di Cota, Alemanno, Formigoni, in piazza con Vendola & Co.

«Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari», si considerava cruciale «una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese», adottare «indicatori di performance» nei comparti sanitario, giudiziario e dell’istruzione, «abolire o fondere alcuni strati amministrativi intermedi come le Province» (campa cavallo). «Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali».

Ora, leggendo i punti espressi nella missiva, bisogna chiedersi per quale motivo questa non sia stata resa pubblica subito, incorniciata e affissa – a mo’ di grida di manzoniana memoria – in tutte le vie e pubbliche piazze. È di fatto la fotocopia di un programma politico-economico di una forza che si definisce di centro-destra, di stampo liberale. Un poderoso assist per quelle riforme che la compagine di governo ha sempre dichiarato fossero necessarie per ammodernare il Paese e rappresenta, quindi, una clamorosa occasione perduta. Con il vantaggio di non poco conto – sprecato – di una Bce disposta a far da parafulmine contro gli inevitabili strali delle opposizioni e di varie categorie fino ad ora salvaguardate da politiche iper-assistenziali.

Le scelte fatte sono però andate in una direzione opposta: pochissime indicazioni di questa lettera sono state ottemperate e si è preferito perseguire un aumento indiscriminato della tassazione indiretta (aumento dell’Iva) o iniziare una fantomatica caccia alle streghe quale la lotta all’evasione fiscale che, data l’insostenibile pressione in essere è, per la maggior parte dei contribuenti non a reddito fisso, semplice necessità di sopravvivenza.

Fa sorridere, ora, ricordare che Bersani sbraitasse tanto perché voleva questa lettera fosse resa pubblica. Adesso lo è. Ha qualcosa da dichiarare al riguardo e forse trova i contenuti condivisibili? Trepidanti attendiamo (poco) fiduciosi.

Rimane il fatto che quelle linee d’indirizzo siano state largamente disattese, addirittura occultate alla pubblica opinione. Eppure, a nostro modesto avviso, tracciano lucidamente la via per la salvezza del sistema-Paese.

Evidentemente, ancora una volta, si è preferito rimanere sordi di fronte alla realtà, sperando le cose cambino da sole, nulla mutando. Eppure, non bastassero le parole dalla Bce, abbiamo pure il disegnino: la Grecia. Altra nazione incapace di abbattere lo stato assistenziale, gli sprechi, la spesa pubblica e di porre in essere le stesse riforme chieste pure a noi. Paese più dell’Italia incancrenito nella crisi, quindi da usare come monito ed esempio negativo.

Sembra, invece, d’essere sul Titanic, destinati ad un inevitabile affondamento. La differenza è che l’iceberg, nel nostro caso, è ben visibile. Draghi, Trichet – e non solo loro – ce lo hanno ben indicato nei suoi contorni, ma l’orchestra continua a suonare e nessuno si preoccupa di cambiare rotta.


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