ITALIA DEL TEMPO CHE FU

Pronuncia sempre con riverenza questo nome – maestro – che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo a un altro uomo.
Edmondo De Amicis

Scivola pian piano, ed in silenzio, nel passato, la bella Italia del tempo che fu. Le tre note meste della campana hanno suonato oggi per Wanda Conte, “maestra” per più di sessant’anni, insieme a sua sorella Carmen, di tante generazioni di alunni del nostro villaggio. Di recente l’amministrazione aveva proposto fossero insignite entrambe dell’onoreficenza di Cavalieri della Repubblica. Lei non ha fatto in tempo a ricevere il riconoscimento. «Ho fatto semplicemente il mio dovere», disse qualche mese fa, quando andammo con il sindaco a portar loro la delibera. Solo la settimana scorsa, nonostante la febbre, rileggeva e correggeva il libro che stavano preparando, con i testi della popolazione intera, raccolti, riscritti, messi in bella con grande lena, per raccontare il paese.

Esempi come questo si trovano ancora nelle province profonde, dove gli echi della malintesa modernità arrivano ancora attutiti dal vento salubre di una tradizione che resiste, dal carattere forte e caparbio della gente dei campanili, sempre diffidente, laboriosa, fatalista, immune alla fascinazione delle emozioni a comando, e alle prescrizioni dei profeti e delle profetesse della contemporaneità.

Si fa un gran parlare di programmi, di progetti, di comunicazione, di politica, di governi e di alleanze, di Europa, di stati, di crescita e di decrescita. Parole in libertà che non hanno un significato, se ne stanno sospese nel mondo delle chiacchiere dove il tempo si misura nei rituali fritti e rifritti dell’apparire: in tivù, nei social, sui giornali, e ciò che è in alto, è come ciò che in basso: masse senza pensiero dove ognuno crede di essere qualcuno e di aver fatto qualcosa, solo perchè ha preso qualche like in più del vicino di casa.

Tutti devoti alle mode, ai neologismi biscornuti, alle soluzioni peggiori e insensate. In Francia un giovine capitano, di origine italiana, ha scambiato la sua vita con quella di una donna, ed è stato sgozzato dal terrorista di turno. Sua madre ha detto: «ha fatto semplicemente il suo dovere». È una frase che ricorre sulle bocche dei giusti. La vera grandezza è nelle cose semplici, nel lavoro fatto con coscienza, nelle leggi costruite sul buon senso, nell’eroismo quotidiano di chi si spezza le reni ogni giorno per coltivare un campo, d’un figlio che assiste un genitore malato con assidua compassione, o di chi fa dell’insegnamento una missione senza limiti di tempo, guardando ogni allievo come un futuro uomo, diverso da tutti gli altri, con carattere, talenti e limiti che fanno di ognuno di noi, crescendo, una persona.

Gentiluomo è parola che esiste solo nella nostra lingua con l’accezione di uomo dabbene, e ci racconta quanto fosse importante nella nostra società essere brave persone, aver senso del dovere, dell’onore, dell’educazione. Erano uomini e donne che fecero l’Italia, senza clamore, devoti alle radici, naturali portatori di poesia. Di tanti non si sa nulla, altri sono diventati toponimi dal significato incomprensibile. Non so per quanto ancora la gente dei campanili avrà la forza di conservare il fiore dell’esempio, di combattere per l’unica rivoluzione possibile: quella della normalità gentile, che ai nostri tempi è eroismo.

Stasera il paese è tappezzato di annunci colmi di gratitudine e di affetto per la “signorina”, la scuola, gli alunni, il consiglio comunale. Nei bar, i volti sono mesti, ognuno racconta a mezza voce un ricordo, o tace, guardando il balcone buio e il primo sole della stagione che va via discretamente dietro l’orizzonte. Allievi di tutte le età, che ebbero il privilegio di imparare da chi dell’insegnamento fece, incurante del chiasso didattico, un apostolato civile. Le lacrime e la campana. Questa, è ancora Italia.


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