COSA TRA COSE

Cose e persone presentano tutte due note, l’una «distintiva», l’altra puramente «cosale». Di questa seconda si occupa ad es. chi vende dei prodotti genericamente ‘alimentari’, come formaggi fusi o caciotte senza indicazione di provenienza. Della prima tratta invece colui che si occupa del «carattere» di cose e persone. Scusate l’esemplificazione un po’ troppo casareccia. Gli artisti e gli intenditori d’arte non si occupano (o dovrebbero occuparsi) d’altro. Queste sono considerazioni olim banali, di cui adesso s’è persa la cognizione. La cosalità sta per sé e per tutto, senza bisogno di apporci altre chiacchiere. Parlare del carattere delle cose oggi significherebbe solo rompere le scatole e basta. Si va per il sottile (meglio: si crede di andarci) solo quando si tratta di vini e di bottarghe (ma li fregano lo stesso, anche là!)

Il carattere di cose e persone ha una presenza distintiva: esso è forte ma è delicato, nel senso che non ammette intrusioni. Per vero, si usa spesso tentare di modificarlo, ed esso resiste fino ad un certo punto di rottura oltre il quale scompare. Si puó fare l’esempio della chirurgia plastica, e sarebbe l’esempio perfetto se non ci fosse l’ «anima» che (quando… c’è) protegge, ma ancora una volta fino ad un certo punto, il carattere della persona dalla modifica dei suoi tratti somatici.

Ovviamente, qui il caso perfetto è quello dell’arte. L’arte è il luogo del carattere, e questa definizione basta a designare la faccenda. Un esempio: possedevamo, in famiglia, un magnifico Samaritana al pozzo del Solimena. Un mio parente, difensore della presentabilità fisica ma non del significato delle cose, s’intestardì ad affidare l’opera ad un restauratore: invero, se la figura della Samaritana era perfetta – un «Solimena» sputato -, quella del Cristo era stata danneggiata dal tempo. Il risultato fu la relativa volatilizzazione dell’insieme.

Si abbia presente che la «cosa con carattere» puó essere, ed anzi spesso è, un altrimenti «invisibile» spazio architettonico, dove le singole parti valgono meno del volume complessivo che le contiene. È per questo che il restauro di paesaggi urbani puó riuscire a buon fine anche con mezzi alquanto approssimativi, che tuttavia restituiscano esatte le distanze e le proporzioni delle masse in relazione. Negli altri casi, ripeto, intervenire sull’opera è di solito esiziale; basta un nulla per distruggerla, come – ancora un esempio, tra migliaia – è in parte accaduto al bassorilievo tra le due torri d’ingresso del Maschio Angioino a Napoli: l’opera, ora sabbiata, è là, sembra intatta, ma è come una poesia letta da un ignorante, sottovoce, incespicando e con toni falsati. La qualità della superficie delle opere è infatti importantissima, gli esperti lo sanno bene.

Insomma, di restauratori professionalmente capaci ce n’è pochi, e invece ce n’è a dozzine che non valgono nulla. Uno di questi professionisti da scartare è il «buon» Francesco, il nostro (forse meglio: il loro) papa ignorante.

Comment, ça!? Ma certo, è proprio cosí, perché questo loro Papa dal dozzinale sentire è un tale che crede che la sua religione sia una cosa tra cose, non una cosa unica, dunque munita per eccellenza di carattere. Il relativismo religioso di cui si lamentava Ratzinger è questo. Il Papa-per-ignoranti crede di difendere il Cristo difendendone il «fantoccio»; gli insipienti come lui non sanno che il Cristo privato del suo peculiare messaggio, il messaggio con tutti i suoi punti e tutte le sue virgole (il suo «carattere»), è appunto un singolo X senza senso e senza scopo.

Ma – senza scopo!? Tutt’altro, perché un Cristo-fantoccio è quel che ci vuole per istituire rapporti pratici a piccolo ed a medio termine – rapporti cosali, «politici» – tra gli uomini, magari qui tra Italiani nuovi (questi strani barbuti scimpanzé) e, laggiù in Sudamerica, tra Brasiliani ed Argentini, insomma meglio detto, tra uomini che comandano e obbedienti greggi di pecoroni affetti da conformismo che annuiscono.

Abbiamo detto: il carattere, forte e delicato. Ed abbiamo insistito sulla nota «delicato». Ma c’è anche da dire due parole sul «forte»: perché la perdita di carattere significa anche perdita della forza. Sì: senza Cristo, stiamo diventando paurosamente deboli, e se continua così ci mangeranno vivi, non so se saranno Arabi o più semplicemente homines novi. Non abbiamo difensori, tranne uno. Uno, ma straordinario, ferrato, indomito: Vittorio Sgarbi. Leggo sul «Giornale» del 23 marzo («Monsignor Negri contesta gli errori della Chiesa») che ora ne abbiamo anche un altro, Camillo Langone. A questi due affidiamo le nostre anime. S.O.S., mi raccomando!

Leonardo Cammarano
Zona di frontiera, 29 marzo 2018


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