PENSIERO AL MACERO

Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni.
Ennio Flaiano

Nella mia  schizofrenica adolescenza, tra monache francesi e licei occupati, Michele Del Grosso fu un personaggio mitologico. Lo vedevo caracollare nel suo mantello nero per il quartiere Chiaja, tenebroso e sacrale, oppure potevo scorgerne un pezzetto, nelle fumose e stipate serate del Teatro Instabile, dove pivellina mi recavo, senza capire granchè, solo perchè quelli più grandi, di qualche anno, non degnavano d’uno sguardo gli ignari e le ignare della rivoluzione culturale in atto. Facemmo amicizia più tardi, quando lui perse il primo teatro, dove con niente e senza nessuno aveva segnato un’epoca, messo sulla scena futuro e passato, avanguardia e classici, soltanto con la forza della sua barocca fantasia di visionario instancabile ed appassionato. Non si perse d’animo: le sue scenografie furono la notte, le strade, i vicoli sconosciuti senza il mare, gli abitanti dimenticati di angoli misteriosi che solo lui conosceva. Vagabondava nella mia automobile portandosi dietro i suoi cimeli di antiquariato. S’industriava a venderli, questi tesori, nelle fiere con profitto incerto, ma pure quello era un modo di fare teatro, meravigliosi monologhi che la sua balbuzie gentile e la malcelata timidezza non intaccavano; regista, impresario ed attore e Napoli faceva da scenografa, con il suo umore mutevole, il colore umido, dorato, cilestrino a seconda delle ore. I clienti distratti gli facevano da spalla. E poi, i libri. Furono i suoi soli maestri – lui di scuola ne aveva fatta poca -desiderati, cercati, posseduti con un amore assoluto. Fosse vissuto più a lungo sarebbe anche riuscito ad apire la salumeria dei pensieri, per vendere caciocavalli, mozzarelle e libri d’arte. Non ha fatto in tempo.

Ma i suoi libri erano tutti lì, al vico Fico al Purgatorio, nel teatro che aveva trovato nelle viscere di Napoli – misterioso scantinato ottagonale, trasformato per magia – che aveva messo in piedi – sempre con niente e sempre senza nessuno – facendone un luogo puro dello spirito. Con lui sono rimasti fino all’ultimo, compagni di strada e d’arte. Le sue parole saccheggiate dalla malattia, erano nei suoi occhi e in quelle pagine, certo molte muffite, impolverate, ingiallite, ma vive e traboccanti di sogni e di progetti. Chiuso il vecchio portone dipinto di blu, chiuso il sipario. Il chiasso di Napoli copre il silenzio, i turisti sgambettano sui basoli vesuviani e si fermano a toccare il naso di Pulcinella, all’imbocco del vicolo. Dove sarà finita Milva, la gatta filosofa, primadonna e vestale del teatro? Tre camion di libri sono partiti al macero; altri seguiranno; l’erede, un nipote, vuol far pulizia. Dice che lo zio era un “accumulatore”. Non avrebbe potuto esprimere meglio il suo pensiero, e pensiero è una parola impropria. Dunque gli accumuli vanno in discarica e quasi certamente finirà in discarica l’intero Teatro instabile. Gli strapperanno l’anima a pezzi. Finirà prima normalizzato e poi dimenticato. Ma che città è questa che non si cura di preservare la memoria e le opere dei suoi figli migliori? Che uomini sono, costoro dalla facile lacrimuccia a comando, sempre tirati a lucido per commemorazioni-passerella? E dov’è Napoli, eterna comprimaria d’ogni suo spettacolo, sirena seduttrice e impassibile in ogni naufragio?

“Il suono… Il suono… Nessuna voce è brutta…” disse a fatica Michele nella sua ultima intervista; e gli brillavano gli occhi, sotto il cappelluccio di lana tricolore. Seduto su una seggiola povera, nel suo teatro che era dietro di lui; ed era lui. Con i pupazzi, gli spartiti, le pezze, i manifesti, il sacro, il profano, la  muffa, le voci, i foglietti. Animelle del Purgatorio, come quelle che amava e si portava dietro che nel buio ora attendono, con apprensione dolente, gli implacabili passi dei normalizzatori di turno.

Bisognerebbe fermarli, prima che il niente contemporaneo inghiottisca anche questo luogo e ne uccida lo spirito; bisognerebbe che la fantasia, regina dei decumani, chiamasse a raccolta San Gennaro, Pulcinella, Caravaggio, Di giacomo, Viviani e tanti ancora ad infestare le coscienze addormentate; e che i libri e le muffe prendessero il volo e illuminassero con le loro parole il nostro cielo  prigioniero dell’ignoranza e dell’indifferenza. I sogni sono proprietà di chi sogna. Nessuno può toccarli. Michele fu un sognatore generoso, giacchè li regalò ogni giorno anche a chi non li meritava. Buttare al macero un grande pezzo della nostra storia, taboccante di vita e di poesia, è un lusso becero che non possiamo permetterci. Resta poco. Feste, farina e forca. Stiamo morendo. Noi, stiamo morendo.

Angela Piscitelli
Zona di frontiera, 26 marzo 2018


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