LUNA DI NAPOLI

Comm’a nu suonno de marenare,
tu duorme, Napule, viata a te.
Duorme ma, ‘nzuonno, lacreme amare,
tu chiagne Napule, scétate, scé’.
(S. Digiacomo)

Marzio me l’ha mandata in posta, accecante e argentata, appesa come una luminaria tra le sagome austere dei palazzi di Via Carlo Poerio. Non era il solo, sorpreso a naso in su. Molti Napoletani le hanno reso omaggio, nei giorni scorsi, qualcuno l’ha acchiappata sul Vesuvio, con il suo strascico di sposa regina galleggiante sul golfo, altri in angoli dimenticati che solo lei conosce e sa carezzare nascondendo dolcemente le cicatrici inflitte dall’indifferenza.

Dunque ci sono ancora occhi, e tanti se può accadere che nel nastro puzzolente della cronaca, tra ragazzini torturati, sindaci per finta e alberi bruciati nella Villa Reale, la gente si sia fermata, per qualche istante, a postare la bellezza, ciascuno la sua Napoli, e la sua luna, senza parole inutili. La bellezza è contagiosa, forse per questo chi la vive come una malattia, o un ostacolo, cerca di ucciderla in ogni modo.

Che non ci sia più il sindaco e ci sia invece la luna piena è circostanza eccezionale e felice come il passaggio d’una cometa, attimo caduco che già i diversamente intelligenti si affrettano a riempire di parole vuote.

Incantevole Napoli quando le voci si tacciono e le sue strade, le chiese, le piazzette inaspettate, prendono la loro rivincita.

E se scendesse per qualche tempo il silenzio, per legge, un coprifuoco dell’informazione spegnesse tutte le casse di risonanza, non solo i politici, ma anche fratelli, zie, capipopolo, giornalai, opinionai, sovrintendenti, attendenti, gabanelli, tutti pesci in acquario, blup bblup, ecco che diventerebbe una città vera, con le sue luci e le sue ombre, come le altre. E ognuno sarebbe costretto a fare – bene o male come prima – il suo lavoro senza la ghiotta speranza del minuto di gloria.

Se ci pensate, quello dell’orrore è il più grande businnes del nostro secolo. Non c’è rete, non c’è giornale che non ci fornisca quotidianamente manicaretti di truculenza assassina, che non dia spazio ai peggiori corteggiandoli come fossero graziose damine contrariate. Le periferie, i violenti, le zandraglie, sono musica per palinsesti alla ricerca di facile pubblicità. Penso alla madre di quel balordo che ha quasi ammazzato il ragazzino a Pianura. Una selva di microfoni prostrati per farle ripetere a reti unificate: “era solo uno scherzo”. E di Santillo, il veccho custode volontario della Sibilla, ora malato, non parla nessuno, forse perchè fa vendere meno formaggini o adesivi per dentiere.

Finisce che poi si forma un ologramma perfino nelle anime ben intenzionate che balla sgraziato tra le immondizie morali; è solo uno dei possibili, ma è quello che va di moda. Per questo la luna ogni tanto è costretta a scendere quasi per strada, perchè solo così può ripescare una ad una le pagine di quel “palinsesto” incantevole, che sembra per sempre perduto.

Se non avremo nuovi cantastorie, nessuno potrà restituirci la città, e non ci sarà nè primo nè ultimi cittadini. Le tavole rotonde che si aprono or qui or lì dopo la caduta di Giggino sono sfornite di Cavalieri. Ci sono solo parolai e quelle elucubrazioni in politichese – scatolame di quart’ordine da bandire in ogni mensa politica, senza fatica di pensiero – non hanno un briciolo, nemmeno uno, di quella luna. Non un briciolo di quella Napoli grandiosa, sentimentale, colta che riesce sempre a sopravvivere, spernacchiando il pazziariello di turno. Nessun luogo può essere amministrato senza poesia. Ma noi lo abbiamo dimenticato. Poi, qualche volta, ce lo ricorda la luna. E tutto si fa chiaro, nella notte.


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