STATO SOCIALE

Ormai dispero che in Italia possa attuarsi – almeno in un futuro non troppo lontano – un sistema di democrazia di tipo occidentale – nel quale tutte le forze dello schieramento politico siano ugualmente legittimate a concorrere per la conquista del potere – e nel quale sussista un corpo di valori condivisi, civili e politici.

Purtroppo da noi tale sistema non si vede all’orizzonte: il comunismo è morto ma gli sopravvivono tenacemente i comunisti. Ci fu un tempo, dopo la caduta del muro, nel quale illustri esponenti del Pci affermavano che non era fallita l’idea comunista ma il modello realizzato. Perfino le pietre sanno che, caduta l’originaria ideologia, i comunisti non ne hanno inventata una nuova e, d’altra parte, hanno sempre rifiutato il riformismo craxiano, comunque di tipo occidentale: cambiano continuamente denominazione sociale ma non hanno abbandonato l’identità originaria, prigionieri del loro passato e delle loro menzogne, persistendo nel loro Dna una illusione che stenta a tramontare. Infatti i comunisti – anche se non mangiano più i bambini, come disse ironicamente Massimo D’Alema, alludendo al biblico Molok – restano pur sempre statalisti, cioè propugnatori di un sistema politico imperniato non sull’uomo ma sullo Stato; uno Stato “interventista”che accompagna l’uomo dalla nascita alla morte – si chiama stato sociale (i Francesi lo chiamano stato-provvidenza).

Del resto la nostra Costituzione – che si dice essere la più bella del mondo – porta l’impronta di questa concezione statalistica, laddove carica lo Stato (la Repubblica) del “compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza tra i cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese (art. 3 comma secondo). Insomma una concezione socialista che assiste l’uomo dalla culla alla tomba.

Un tale compito comporta, per essere attuato, un mastodontico apparato organizzativo-operativo, ovviamente costoso, che in sostanza costituisce la stessa nomenclatura del partito, e comporta un corposo articolato sistema clientelare (ne sono un esempio le cooperative rosse).

Questo socialismo reale camuffato purtroppo ha occupato il nostro Paese anche perché non ha trovato forze politiche e cultura capaci di contrastarlo: si dice che la maggioranza degli Italiani sia contro il comunismo, ma anche se fosse vero, il centro destra non è stato capace di attuare quel cambiamento liberale (e su questo termine non si è pervenuti ancora ad un approccio sicuro) che Berlusconi aveva promesso fin dal 1994.

Certo non bastano le solenni dichiarazioni, né seri impegni programmatici perché una rivoluzione liberale in Italia – paese di trasformismo politico e di altri grandi vizi (Leopardi li descriveva assai bene) – richiede un vasto processo di maturazione politica e culturale e di adesione al costituzionalismo occidentale, che non è neppure iniziato. Anzi, allo stato delle cose è contrastato dalla continua disinformazione di pifferai e persino dai rappresentanti delle alte istituzioni (il riferimento a Giorgio Napolitano non è casuale).

Nella battaglia contro il patto scellerato, un gioco sporco tra comunisti e corporazione delle toghe, sepolta dal silenzio, condotta da pochi coraggiosi, è certamente deprimente costatare come in Italia la democrazia sia in preagonia.


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