LETTERATURA PROFETICA

Che l’arte sia anche un modo della profezia, è un luogo comune talora ripreso in testi di critica letteraria un po’… misticheggianti. E’ pero’ fuor di dubbio che, in senso del tutto generico, tutto quel che si dice o si scrive puo’ avere un certo sapore di profezia: perché, a dirla schietta, «nihil novi sub sole». Ma vi sono casi di previsione talmente circostanziata, che la qualifica «profezia» si fa concreta, viene alle labbra quasi da sé.

Comunque, sull’argomento si puo’ fare un po’ d’ordine. Che l’arte sia né più né meno che una faccenda d’intuizione, ovvero un «riuscire a vederci chiaro», è diagnosi ormai quasi generalmente ammessa, se si prescinde da teorie troppo rozze, utilitaristiche e lapalissiane, come quelle sociologiche (l’arte come documento della vita d’un gruppo), psicologiche (arte come confessione dei propri disturbi psichici) o, peggio, ideologiche (l’arte come mezzo di propaganda politica). Bene, se si tien fermo all’ipotesi esplicativa più elegante e pertanto più semplice (l’arte è «un tentativo, non di rado efficace, di vederci chiaro»), allora non è difficile persuadersi che essa è un modo, spesso riuscito, di «vedere le cose come sono», ovvero «il loro essere». Il loro autentico «essere». E poiché tutto, cose e persone, tutto è in progress, tutto è in lento svolgimento perché tutto è immerso nel tempo (=tutto è storia), allora non è difficile pensare che nella osservazione di persone e cose si possano rilevare caratteri che alludono a sviluppi probabili e, pertanto, muniti di significato abbastanza profetico. In parole semplici: se conosco un tale dal temperamento falso, e dai modi ambigui, non è del tutto strampalato che io profetizzi per lui e per coloro che gli sono vicini qualche disavventura che, in casi di forte malignità dell’individuo, puo’ anche essere grave. Etc. etc. Questa è filosofia spicciola di tutti i giorni, ma non per questo del tutto erronea. E dunque, per concludere: se l’arte mi consente di scorgere con maggiore chiarezza «l’essere» d’una persona o di una cosa, è corretto pensare che essa arte, a tal proposito, puo’ assai legittimamente contenere germi di profezia.

Di cio’ vi sono, contrariamente a quel che si pensa, centinaia di esempi. Tanto per cominciare, esiste un ricchissimo elenco di romanzi, novelle, opera di teatro, che si occupano dichiaratamente di profezia (in genere negativa, dati i tempi che corrono!). Profezie generiche ma azzeccate. Sono queste le opere che si usa definire distopie, o utopie negative: di alcune di esse tutti noi abbiamo probabilmente sentito parlare, o avuto notizia per traduzioni cinematografiche etc. Abbiamo cosi’, tanto per fare qualche esempio, il famoso Erewhon di Samuel Butler; il romanzo Noi di Valerio Zamjatin (che descrive le presenti e future nefandezze del comunismo statuale), i noti 1984 e La fattoria degli animali di George Orwell (ancora profetizzanti le nefandezze comuniste e totalitarie in genere), e ancora i romanzi negativi di H.G. Wells, Aldous Huxley (Brave new world), R.U.R. di Karel Ĉapek, Il signore delle mosche di William Golding, L’arancia meccanica di Anthony Burgess, e poi Isaac Asimov…, insomma si potrebbe continuare per pagine e pagine.

Tutto cio’ per illustrare quanto detto sopra: questo tipo di profezia generica è facile. Dico: del Nazismo o del Comunismo, ad esempio, era molto facile prevedere tutte le nequizie possibili. Da teorie di pianificazione statuale cosi’ idiote e turpi ci si poteva aspettare di tutto, e tutto infatti arrivo’. Ma le cose si complicano, e la profezia si fa senz’altro sorprendente, dunque inquietante, quando si passa ad opere letterarie che descrivono cose turpi in dettaglio. Gli esempi massimi, direi negativamente «splendidi», sono l’opera di due penne estremamente geniali: quelle di Fedoro Dostoevski e di Franz Kafka. I demoni (anche tradotto, da noi, Gli ossessi) di Dostoevski, stupefacente romanzo apparso nel 1871, è un capolavoro dai mille significati, come tutti i capolavori; ma a noi qui interessa per il fatto che in esso si narra, quasi au pied de la lettre, l’orribile sequela di atmosfere ignobili, agguati, atti tra idioti e criminali, persino nelle tecniche di ricatto, coinvolgimento, farneticante indottrinamento etc., che insozzarono gli anni italiani del 1970, tra Brigate Rosse e politici conniventi, vili, o comunque «comprensivi». La corrispondenza è talmente puntuale, «raccontata» in dettaglio persino nella scelta dei personaggi – ceffi criminali, sia spontanei che costretti da demenziali ideologismi, fessi utili, compagni di strada anche inconsapevoli… – che incute quasi… paura. Chi non ha conosciuto, in via diretta o per trista fama, «fessi utili» ma colpevoli quali Verchovenski, indemoniati del tipo di Stavrogin, stralunati mistici alla Kirillov, vittime tra colpevoli e ingenue alla Sciatov? E chi non ha incontrato, negli emetici «salotti culturali» ancora oggi sopravviventi, gentili dame alla Vàrvara Petrovna e alla Julia Michailovna, innamorate dei «giovani» e delle loro violenze magari anche sanguinarie, in nome del «senso della storia»!? Chi ha letto questo straordinario romanzo sa quanto sia vero quel che ho detto; chi non l’ha letto, lo legga per trarne insegnamenti quasi incredibili. Una sola cosa concedo: una triade di «rivoluzionari innocui» quali Bersani, Enrico Letta e Franceschini, Dostoevski non riusci’ ad immaginarsela. Ma anche il genio ha i suoi limiti, e poi le «specialità italiane» sono davvero inimmaginabili.

L’altro caso di profezia letteraria, forse persino più strepitoso, ci è offerto da Franz Kafka, coi suoi due romanzi Il processo e Il castello (taccio, per non farla troppo lunga, di alcune sue novelle anch’esse estremamente significative). Prendiamo ad esempio Il processo, capolavoro apparso nell’anno 1925. Per molto tempo, tutti coloro che ebbero a leggerlo lo considerarono una sorta di gratuito esercizio di fantasia pura, una sorta di «cattivo scherzo»: vi si racconta di un tale, Josef K., che pur essendo rigorosamente innocente viene perseguitato, tradotto in tribunale, imprigionato -, tutto questo in base a sproloquî simil-legali del tutto destituiti di corrispondenza nella realtà ed anzi improntati a deliberata menzogna -, e tormentato a forza di sospetti, accuse, calunnie nelle parole e nei fatti, finché viene giustiziato da misteriosi figuri per motivi privi di senso, ucciso in una tremenda vicenda senza capo né coda. Ai tempi della pubblicazione, ripeto, e fino ad epoca abbastanza recente, tutti abbiamo pensato che si trattasse di un torvo gioco di fantasia. Una trama strampalata, nel migliore dei casi, che poteva forse aver corrispondenza meramente psicologica nell’intimo di molti di noi uomini, che ci sentiamo in colpa senza aver commesso nulla di grave, ed anzi: senza aver commesso nulla di notevole, né di buono né di cattivo.

Ebbene: dopo decenni, ecco invece la profezia mostrare il suo volto, apparire in tutta la sua icastica realtà: e non mi riferisco solo ad Hitler, a Stalin ed alle loro vittime (nei due suddetti casi, anzi, alcuni falsi processi criminalmente politico-peresecutorii erano già stati celebrati: esempi facili perché conclamati), ma bensi’ ed anche alle vicende «senza né capo né coda» ben più recenti, e precise fin nei particolari, della giustizia italiana: qui da noi, infatti, abbiamo avuto ed abbiamo processi ingiusti e farlocchi a bizzeffe, capi d’accusa bislacchi costruiti sulle scemenze inventate da «pentiti» privi di capacità d’intendere e di volere (anzi, muniti della sola capacità di volere, mediante l’esercizio della calunnia, il proprio vantaggio), ad uso d’un 30% (!?) di magistrati sprovvisti di senso deontologico e solo intenti a costruire condanne utili ad una parte politica della quale «tacere è bello» (forse, a quel che dicono alcuni, in virtù d’un tristo meccanismo di «do ut des»… ; ma sarebbe cosa talmente turpe che non ci credo). Profezie precisissime nei particolari ed anche nelle conclusioni: imprigionamenti, accanimento giudiziario fuori luogo, condanne e persino esecuzioni, più o meno volute (Tortora, Craxi, Muccioli, Verzé, ed ora è tristemente in corso l’ «esecuzione» di Lele Mora, scialbo personaggio colpevole solamente, come me e come qualcun’altro, di essere se stesso), etc. Dico: esecuzioni, condanne a morte, altro che scherzi! Nel caso Kafka, insomma, la forza profetica è alla lettera stupefacente.
Io penso che varrebbe la pena di dedicare ai due scrittori un paio di busti in bronzo in una delle nostre piazze, a Roma penso, di fronte al Palazzo di Giustizia, con sotto epigrafi del tipo: «A Franz Kafka, geniale profeta dell’assassinio giudiziario» e, rispettivamente, «A Fjodor Dostoevski, che genialmente previde i trionfi della demenza demagogico-rivoluzionaria».

Con l’occasione del 150enario, penso sarebbe anche assai appropriato, e cortese, allestire due edizioni delle suddette opere, su carta Giappone, coste in oro e copertina in marocchino rosso, in numero limitatissimo (p.es. numero 3 copie, la seconda delle quali da conservare nel Museo del Risorgimento, o simili, e la terza per il sottoscritto, che ha avuto l’idea) da presentare in omaggio al nostro Presidente della Repubblica On. Napolitano, ovviamente nella Sua qualità e alta funzione di Capo del Consiglio Superiore della Magistratura. Sulla copertina, in alto presso il bordo, dediche come detto qui sopra, in oro sul marocchino, arricchite entrambe dalle seguenti poeticissime parole di Marziale (Epigrammi, V, 58):

Jam hodie vivere, Postume, serum est, che traduco alla meglio come segue: «Già rinsavire oggi, o signor Troppo Tardi, è troppo tardi».


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