IL RAPPORTO UE SULLA GIUSTIZIA

Per la prima volta la Commissione europea ha comparato i sistemi giudiziari dei ventisette paesi membri dell’Unione Europea, e però con riferimento alla giustizia civile e, più specificamente, ai tempi dei processi. Si è trattato di una indagine, curata dal vice presidente Ue per la giustizia, Viviane Reding.

Il Rapporto presentato dalla Reding alla Commissione, composto da 24 pagine, è incentrato sull’impatto “molto negativo” che l’inefficienza della macchina della giustizia comporta sul sistema economico, più precisamente sugli investimenti, che “non devono aspettare e devono avere la certezza della legalità”. Non conosco il testo del Rapporto se non tramite i resoconti dei media, ma da quanto ne emerge, il quadro per il nostro paese è sconfortante. Già incasellato al sessantottesimo posto, secondo una classifica del World Economic Forum, questo Rapporto ci colloca al terzultimo posto, appena prima di Cipro e Malta.

La Reding ha ammonito: «se vogliamo un sistema giudiziario indipendente, dobbiamo lasciare lavorare i magistrati in modo indipendente». Anche il vice presidente della Commissione, Olli Rehn ha espresso la medesima opinione: «un sistema giudiziario di qualità, indipendente ed efficiente, è essenziale per garantire un ambiente favorevole allo sviluppo imprenditoriale».

Il Rapporto è allo stesso tempo deludente e deprimente: parturiunt montes, nascetur ridiculus mus!

Deludente perché l’inefficienza della nostra giustizia è vista soltanto dalla visuale dei tempi irragionevoli dei processi: certo una giustizia, dai tempi ragionevoli, non biblici, è condizione essenziale per una economia da paese sviluppato, ma non è condizione sufficiente. Anni addietro il presidente degli industriali italiani avvertiva che, oltre l’inefficienza della giustizia civile, anche l’incapacità di contrastare il fenomeno della criminalità è un fattore negativo, che gli imprenditori sono costretti a tener presente quando intendono effettuare un investimento produttivo.

Ed allora, il problema della efficienza del sistema giudiziario va riguardato sotto tutti gli aspetti possibili che assicurino un corretto funzionamento della istituzione preposta a garantire i diritti dei cittadini. Il Rapporto, quindi, è del tutto deludente, anche perché denota una visione esclusivamente commerciale della giustizia: per un europeista convinto di una Europa degli europei e non soltanto dei mercanti, il Rapporto appare come un’occasione perduta per mettere a fuoco il sistema giudiziario italiano, che è da socialismo reale, nient’affatto allineato alle democrazie liberali veramente efficienti e garantiste.

È deprimente, perché allontana la speranza che i reggitori del nostro paese affrontino la questione giustizia – in particolare dell’assetto giudiziario – non soltanto in armonia con i paesi evoluti ma, soprattutto, in conformità ai principi liberali della separazione dei poteri e della responsabilità, che sono cardini del costituzionalismo moderno, occidentale.

Quando la Reding ammonisce che “dobbiamo lasciar lavorare i magistrati in modo indipendente” rispondendo a chi le chiedeva il parere sul conflitto in Italia tra giustizia e politica, mi son chiesto se ella conoscesse veramente la giustizia italiana. Da noi i giudici sono indipendenti (e lo sono in modo assoluto, in quanto soggetti soltanto alla legge); e d’altronde il giudice o è indipendente oppure è un mero burocrate che amministra giustizia secondo il volere arbitrario dei politici. E non basta: da noi il giudice è cessato di essere – secondo la nota metafora di Montesquieu – “bocca della legge” ma è diventato – certo entro i limiti della funzione giurisdizionale – un creatore del diritto.

Ciò però comporta l’esigenza di regolare con legge costituzionale questa trasfigurazione del sistema giudiziario, teso ora a partecipare alle scelte di natura politica. Del resto questa metamorfosi è la inevitabile conseguenza del welfare state che, importando l’intervento statale, sempre più marcato nella vita sociale, dà luogo ad un gigantismo legislativo che, a sua volta, impone l’intervento collaborativo anche della giurisdizione (Niklas Luhmann).

Perciò lasciamo perdere gli slogan arroganti, esimia Viviane Reding (come “giù le mani dei magistrati”), e riflettiamo sui mutati rapporti tra politici e giudici e, soprattutto, sulle cause dei conflitti tra poteri: noi abbiamo un bisogno urgente di giudici che siano non soltanto indipendenti, ma responsabili e adeguati professionalmente all’alta e irrinunciabile funzione di amministrare la giustizia. Che ne pensa la plurinsignita di lauree honoris causa,Viviane Reding?


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