ITALIA CHE FU

«L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.».Pablo Picasso

La casa di Ermanno non è mai stata un’abitazione. Da quel giorno lontano in cui il camion dei traslochi si fermò davanti al numero 4 di Corso Porta Mare, a Ferrara, scaricando davanti al portone quadri, cavalletti, pianoforti ed ogni sorta di anticaglie meravigliose e fuori moda la gente accorse, facendo crocchio, a guardare.

È sempre nebbiosa, Ferrara; lo era anche ieri quando abbiamo varcato di nuovo quella soglia, senza che ci fosse lui sorridente ad attenderci sopra la scala. Smantellare una casa è sempre un sacrilegio, in ogni angolo c’è una storia che si è costretti a calpestare e sembra che le cose, come cani senza padrone, stiano a guardarti con occhi rassegnatamente disperati. Cassettoni smisurati, quaderni polverosi riempiti di bella scrittura, scatoline di latta piene di monetine da cinque, dieci lire, anni ’56,’57,’58… libri, tanti, troppi dovunque. Quelli del suo tempo morivano leggendo, in compagnia dei grandi, annotando ricorrenze, circostanze, riflessioni ogni giorno cosicchè il racconto si dilatava stingendo sulla vita; ed anche quella copia in edizione economica incanutita dalle stagioni si faceva unica.

Anche lui era stato un buon pittore in gioventù, ma poi si era consacrato – custode per amore – al talento degli altri; e aveva accatastato le sue pitture in una specie di improbabile lavanderia, tra panni stesi e bottiglie vuote.

Bisogna svuotare. Ed invece restiamo confusi da certa bellezza, commossi ad ogni scoperta. Le case che erano mondi, quelle che inalberavano fieramente il blasone di una tradizione ostinata e difesa dagli abitanti contro ogni logica, muoiono con gli ultimi diversi e si portano via, nel Paradiso ideale, dove forse pure le Nazioni hanno un’anima, un pezzo di tutti noi.

L’Italia delle famiglie, che faceva musica nei giorni di festa, le zie nubili a far i biscotti e giocar con i bimbi, il rampollo che voleva essere pittore ed era giudicato una testa calda; delle toghe d’avvocato appena scolorite e mangiucchiate dalle tarme, l’Italia dell’economia domestica e del ricamo insegnati a scuola, delle lettere d’amore e dell’amore per le lettere e le arti, abita nelle case d’artista. La genealogia nei ritratti, le lontananze perdute nei paesaggi raccontano a chi sappia ascoltarle ciò che fummo; e prima che il sipario sia coperto per sempre di cartoni e di imballaggi, e che tutto ammutolisca nella banalità del presente, ci domandano educatamente meste: “cosa siete, adesso?”

“Non potete conservare tutto”,ce lo dicono conoscenti, vicini, spedizionieri, notai stupiti dal nostro indugiare; e poi, conservare costa e non serve, in un mondo dove tutto è fatto per finire rapidamente, nella migliore delle ipotesi, in una raccolta differenziata. Ma non possiamo arrenderci, finchè c’è qualcuno che abbia voglia e passione di prendere nelle mani il testimone scomodo, ci sarà ancora Italia.

Perchè tradizione è “portarsi dietro”, trascinarsi con fatica il bagaglio di un passato indispensabile, che ci permette ancora di fregiarci del titolo di uomini e di donne senza le etichette traslucide del conformismo e dell’ignoranza. Nulla di ciò che è nella tradizione può essere comprato: è un tesoro che sfugge, come l’arte, i sentimenti, e il sogno alle leggi di mercato e alla falce implacabile dell’entropia.

Aveva previsto tutto: “se al mattino bussi, e io non rispondo” – aveva detto alla domestica – “non entrare, perchè sei impressionabile, va a chiamare qualcuno”. E quella pagina vergata a mano, conservare e vegliare perchè le sue ceneri restino accanto a quelle dell’unica amata, nello stesso sonno perchè la vita è sogno, e i sogni, sogni son.

La buona educazione di una volta, non cagionar fastidio nemmeno morendo. Vallo a spiegare a una Sciarelli, o ad un qualunque strascinaffacende di un tigì, che da qualche parte gli Italiani hanno ancora cassetti e scrivanie traboccanti d’arte e di poesia, che vanno difese, con forza e determinazione, se vogliamo sperare di essere ancora.

Ferrara è grigia e immusonita, pure stamani. La “padrona di casa”, col fondotinta al posto del viso, ci viene a dire che i palazzinari verranno a misurare per trasformare, c’è fretta. All’euro! All’euro!Venghino, venghinosiori! Che tanto l’anima dell’Italia che fu, ce la portiamo via noi. Costi quel che costi.


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