DA “LETTERE AD UN EX AMICO”

Mi decido a pubblicare, senza modifiche sostanziali, la prima delle tre lettere inviate ad un amico di cui non cito il nome, che, forse, insieme alle altre due, fu causa di una rottura. La ragione risiede in una discussione apertasi su uno scritto di Angela Piscitelli, nella quale mi pare che qualcuno, ma posso sbagliare, mi attribuisce un Dio che non è il mio, attardandosi, a mio parere, su contrapposizioni che io ho abbandonato da un bel pezzo. Le altre due lettere le pubblicherò prossimamente.

Amico mio,
mi inviti ad esprimere un pensiero su una questione assai ardua, l’essenza della tecnica, se essa sia ispiratrice delle nostre decisioni, in virtù delle possibilità che essa introduce, oppure se ad essa si applichi un giudizio che proviene da sede superiore che emana veti e permessi, discriminando, nell’ambito del possibile che è dato alla tecnica attualizzare, tra il lecito e il vietato.

Nel caso in esame, grazie alla genetica, esistono ormai possibilità di generare esseri viventi, compreso l’uomo, che esulano dalla necessità dell’amplesso diretto, spontaneo, “naturale”. Bisogna negarle in toto o è giusto e augurabile che ne utilizziamo alcune e ne scartiamo altre? Se fosse il secondo, il caso, quali sarebbero i criteri per la spartizione tra il lecito e il non permesso? Quali le fonti originarie di questi criteri, la loro autorità?

Se il criterio fosse il passato, in questo caso il prima della genetica, e il passato fosse il “naturale”, non il presente, è evidente che nulla ormai dovrebbe essere consentito e nulla sarebbe consentito. Ma, può, questo, essere il criterio, corrisponde esso veramente all’essenza naturale di quell’essente che è l’uomo? Io credo di no e cercherò di mostrare perchè.

Prima, però, consentimi di esporti il filo conduttore che mi guida, con mano che ormai sento ferrea, nel decidermi su questioni che sono originarie, primitive, in quanto tali le decisive, quali sono i motivi del portare alla vita altri esseri, in particolare quelli della nostra stessa specie.

La vita, non so perchè, mi ha concesso quella che ritengo la mia autentica fortuna, una interpretazione del pensiero di Heidegger e, in particolare, di Nietzsche, che può anche essere erronea, io non lo penso, che, in ogni caso, risponde ai quesiti di fondo che il mio esistere è andato ponendo, ponendomeli.

Io credo che la triade di Nietzsche, volontà di potenza-eterno ritorno dell’eguale-sovraumano, sia lo spiraglio decisivo per cui passa un ritorno all’Origine fornendoci una chiave da cui non si può prescindere più per salvare il salvabile del moderno riportandolo a una sana, retta, timorosa obbedienza a ciò che sovrasta l’uomo, lo guida o lo perde.

La cosa che Heidegger aggiunge, e solo questa mi pare sia il suo apporto vero, cosa davvero non da poco, è la traduzione di aletheia con “svelatezza”. Credo, poi, che Heidegger non abbia capito molte cose, in particolare non ha capito che “svelatezza” e “rivelazione” siano la stessa cosa e che questa cosa sia l’essenza della religione, ossia che la verità è rivelata, non scoperta, che il mondo non sia rappresentazione ma rivelazione. Capito ciò, sarebbe stato uno scherzo comprendere dove il cristiano abbia toppato quando cercò di conciliare ciò che era già conciliato, fede e ragione, se la ragione altro non è che verità rivelata.

Di più su ciò qui non dico, altrimenti dovrei, seduta stante, scrivere di botto il mio terzo libro! Nel primo, però, del quale il terzo è il dispiego, c’è tutto, sia pure in forma ermetica, per accenni. Nel secondo faccio un concreto tentativo politico.

Perché questa premessa? Perché se non la facessi non potrei discutere la tua premessa che, a mio parere, ti conduce su un “sentiero interrotto”.

Tu dici di non credere all’ispirazione divina, io dico che, detto questo, rimane interdetto il ritorno all’Origine, all’Antico che tu dici di amare e preferire.

Se la verità è rivelazione, la cosa può avvenire solo su base ispirazione, istintiva, immediata, intuitiva, altrimenti saremmo alla mediazione, alla dialettica, alla logica, al razionale, tutte cose possibili solo dopo, quando il mithos, cosa più grande, o il logos, suo figlio minore, astratto, sono nati come Principio.

Chi fonda il mondo è il poeta, il poietes, il creatore, guida politica della comunità, l’ispirato dalle Muse, voci di Dio. Questo è l’antico più antico.

Se questo non è, tutto diventa culto, cultura, letteratura, intellettualismi astratti dalla natura, nei quali i sentimenti si sganciano dalle sensazioni e queste, insieme a quelle, dall’episteme, dalla scienza. Come possono, così, non venire a mancare vincoli e criteri ai sentimenti, che si fanno capricciosi, e alle sensazioni che si pongono al servizio dei capricci? Il tutto diventa cittadino, civile, artificioso, affettato e fattizio, umano, troppo umano, astratto dalla vita e dalla natura.

La scienza, il perì physeos, è volontà di potenza, cosa forma la volontà, di cosa si compone? Dei sentimenti, dei toni emotivi dell’uomo, paura, angoscia, terrore, che spingono alla ricerca della via di uscita dall’oscurità, per ben vivere, nel piacere, nella gioia, nella meraviglia, che la Bellezza concede, nell’incanto che crea. I sentimenti, il cuore, l’ardore, spingono i sensi, il desiderio di uscire dal caos, dal mondo delle tenebre, del male, del nulla, i sensi, a loro volta, trovano la via ad Aletheia, alla Dea che si s-vela, che si concede, premiandolo, all’uomo insistente, della grande volontà, che ha saputo, nell’attesa, ascoltare, vedere, toccare, annusare, gustare.

E’ l’uomo dal grande gusto che alla fine decide di tutto, pronuncia il “mi piace, è buono”. Da dove gli viene la sua autorità? Dal valore che ha messo in campo nello sfidare il pericolo, il grande male, trasformandolo in bene.

Se non ci fosse quest’uomo dalla grande volontà, che con un colpo d’occhio raccoglie il tutto, il Prometeo che, davanti a tutti e prima, vede e matematizza, misura e calcola, perchè grande è il suo vedere prospettico, il suo orizzonte, che offre la direzione agli altri, la via, noi scadremmo nella direzione di una volgare empiria saltellante da un opinare ad un altro, in una volgare contrattualistica, hobbesiana, rousseauiana, in un barcollante positivismo posticcio, che aggiunge meccanicamente tutto e il contrario di tutto. Nel mondo della “tolleranza”, delle opinioni, “tutto è permesso”, tutto è contrattabile, tutto è contratto tra eguali con eguali diritti.

Il poeta, invece, non è l’eguale, è l’eccelso, ascolta, guarda, tocca, annusa, saggia, altro che astratti ed esangui concetti!, patisce fin quando questo pathos, perciò Nietzsche chiama la volontà una grande passione (cosa che non arriva a capire Heidegger quando parla di Nietzsche come un soggettivista) , fin quando questo pathos non si trasforma in musica, forma e parola, mimica e danza, nel grande gusto per ciò che è puro e semplice, chiaro. Questo è il divino che il patire porta all’espressione, l’ispirazione che il grande sofferente riceve. Si tratta di sensi e solo di sensi! Di Estetica che forma un Ethos, un demone che guida e si “incarna” in una comunità, la raccoglie in un colloquio corale, non in una società appiccicata con lo sputo dei patti che non durano lo spazio di un mattino. “Ciò che dura lo fondano i poeti”, così una volta andava il mondo, dove dei ed uomini si accoppiavano e le donne erano vergini e puttane senza che la cosa apparisse un ossimoro, vittime della carne e dei suoi desideri, ma madri, rese pure dallo spirito, guardiane della Comunità, orgogliose di figli che morissero in guerra per essa. Perché ciò accada, amico mio, ci vuole gusto, il grande gusto e il grande piacere.

Se oggi manca l’etica è perchè manca l’estetica, non l’estetismo, purtroppo, manca dunque ciò che incita a vivere, incrementa il piacere della vita: la Bellezza. E’ questa che fa dire sì alla Vita, a Dio, e fa desiderare che tutto ritorni, eguale. La Vita è sacra di per sé, non perchè è proprietà di un padrone esterno a lei, che la comanda, la Vita è sacra perchè è sacrificio eterno di sé, che nutre uomini, viventi e cose, cibo per essi, ed essi cibo per lei, crudele e misericordiosa.

Parlare di altra sacralità, che non sia questa “violenza”, è misfatto di chiese e preti cristiani, al cospetto i talebani sono dei dilettanti, quella interpretazione della purezza della Madonna, che ha avvelenato la riproduzione dell’uomo e la vita, è una delle cose che ha portato a una protesta altrettanto rozza ma legittima, sacrosanta, perchè ha voluto salvare i sensi finendo per dare un permesso generalizzato che non si pone il vincolo della Bellezza. Il moderno è solo una protesta, scomposta ma, inizialmente, in difesa del “primum vivere”, che ha rinunciato all’alleanza con un Dio troppo buono e puro, qui è l’origine della crescente mancanza di gusto!

I poeti del nostro tempo si salvano solo quando cantano la “mancanza”, la nostalgia, sono grandi quando salvano la prospettiva di un annuncio, la speranza e la promessa di un Avvento, di un Messia, di un Gesù! Solo per questo i poeti hanno casa nell’età della “mancanza”, della miseria.

Fin quando non riacquisteremo il gusto, ossia il provare il piacere per ciò che è buono perchè fa bene alla vita e la promuove, a noi mancheranno vincoli e criteri che impongano alla tecnica la giusta misura, anzi sarà il tecnico, la sua natura tirannica e impositrice ad affermarsi, vincerà l’imposizione del permesso assoluto, non la misura che il gusto detta.

Credo, amico mio, di dire le stesse cose che dici tu, solo che le conseguenze, che io tiro da una Estetica pura, in questo caso specifico, mi fanno dire che un uomo e una donna, si deve essere in due se il figlio è il fine!, che vogliano, per amore della vita e del suo riprodursi, dare alla luce una nuova creatura e, attraverso lei, contribuire all’eternità della vita, non possono per un incidente, per un errore della Vita, di Dio, tale è il Male, un incidente, un errore di Dio, non accettare il dono che lo stesso Dio dà per riparare al suo errore, come Abramo accettò la mano che gli fermava la mano che essa armò. Un amplesso d’amore, in un rapporto dove i due si amano e non rifiutano il sesso e i suoi piaceri, in un rapporto sano non viziato dalla sessuofobia, tuttavia non sufficiente ad esaudire il desiderio della prole, ha il diritto di trasformare il male in un bene, concesso che la procreazione si svolga in un grembo materno sorvegliato dalla cura di un padre che l’abbia accettata e fatta sua, se in provetta, no!, li mancano le acque calde della madre e l’alito del padre, lì fa solo freddo. E’ una questione di gusto, di giusta misura e di giusta mistura degli ingredienti, si tratta dell’alimentazione del figlio, che non può essere data da temperature e chimismi artificiali, che assicurano al più le sensazioni giuste su scala numerica ma non il movimento dei sentimenti dei genitori, di un bacio o di una mano paterni sul grembo, delle premure, delle ansie e delle attenzioni della madre, della Cura che responsabilizza.

L’essenza dell’uomo è la libertà, egli deve lottare per esaudire i desideri se non sono morbosi, se nascono da amore per la vita sana, peccare che tacita pecca legittima, il bisogno di procreare, da eros vero. Se uomo e donna si amano, copulano per il piacere reciproco e puro, allora la Madre è Vergine, perchè impregnata con Spirito puro, e il figlio ha un doppio padre, lo Spirito puro e la carne dell’uomo, figlio di Dio e dell’uomo, creatura non fatto.

La questione vera è che oggi anche gli uteri sono diventati provette, la tecnica non c’entra niente. Il criterio può essere solo il bello, è dunque una questione di gusto e l’uomo oggi non ha gusto, tutto è smisurato ed esagerato per eccesso e per difetto, anoressici od obesi.

Per non vedere di buon occhio il prete, disincarnato, perciò negatore della vita per consuetudine imposta da un folle progetto che spostava la vita oltre la vita, che terrorizzava per guadagnarsi il pane predicando, non c’è bisogno del laicista ateista che gozzoviglia, fornica, dedito alla crapula innaffiata da vini DOP e rari, altra faccia della stessa medaglia manichea. A costoro, se si potesse, si dovrebbe impedire la fecondazione, non solo quella assistita, perchè servirebbe a produrre pupattole e bambolotti con cui giocare fin quando noia o stanchezza non prevalgano.

Per impedire ciò, però, occorrerebbero i poeti, uomini del grande esperire, della grande volontà, del grande gusto, ci sarebbe cioè bisogno dei “politici” di coloro che fissano vincoli e criteri, spostando di volta in volta la frontiera del bene, ci vorrebbe il legislatore che legiferi e conduca il male alla legge morale, non l’amministratore della legge che esalta la legalità o, permettendo ciò che non va permesso e proibendo ciò che non va proibito, il moralista!

Per queste ragioni e per altre sono stato preso da una fissazione, sperimentare se sia possibile salvare l’ultimo uomo, quello progredito e civile, il più brutto e schifoso finora apparso, chiedendo al mondo del Gange e del Mediterraneo, dei Vedanta, della Bibbia e della Mitologia di darsi questo compito, dando un senso alla potenza moderna, alla tecnica e alla scienza. Di qui il mio secondo libro!


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