TRE PROPOSTE

Il momento è incomprensibile e importante.

Incomprensibile perché ogni qual volta in Italia s’intravvede una sconfitta dei mascalzoni, si perde il bandolo del codice. L’unica chiave atta a comprendere la nostra bella nazione è la mascalzonaggine.

Importante perché, forse per la prima volta dai tempi di Giolitti, si profilano contemporaneamente tre proposte di salvifica obbiettività. Berlusconi predica da un ventennio; da ierlaltro predica Renzi; e da ieri predicano i forconi: in una lingua, loro, che potrebbe essere la più convincente. Altrimenti detto, si può sperare (debolmente – perché da noi, come sempre, la speranza non è di casa) che finalmente l’assordante strepito delle chiacchiere idiote nonché mendaci, degli ideologismi interessati, delle ricette falsamente utili -, lasci il posto alla ʺvoce delle coseʺ.

1 – Il discorso di Berlusconi è talmente lineare, chiaro, salutare, che – naturalmente – ancora non lo ha capito nessuno. In nuce, eccolo: il principio regio dello stato di diritto, o liberale, la separazione dei poteri, è stato frantumato; la magistratura da servigio dello Stato è diventata un tragicomico superStato di magistrati mezze-calzette, ridotto per ciò stesso alla disfunzione permanente. Nulla di libero, forte, proficuo, può essere costruito in questa deforme situazione. A questa verità lampante lo sciocco Italiano medio suole opporre la seguente geniale idea: Berlusconi strepita e insiste perché vuole evitare la galera. Scerebrata ed erronea contestazione: come se non sia proprio il fatto di aver sofferto tanto a lungo sulla propria pelle l’ingiustizia, non sia la miglior garanzia della perfetta comprensione dell’ingiustizia. O la intendono meglio le ʺsignoreʺ comodamente assettate nei salotti-caviale? Le parole di Berlusconi, invece, sono di luminosa chiarezza, anche per la comprensione capillare delle nostre diseconomie e del preciso intreccio cronologico del loro prodursi.

2 – Il discorso di Renzi, nel contesto di panzane nel quale siamo costretti a campare, risulta d’una obiettività altrettanto sorprendente. Egli parla con puntuale precisione di cose da raddrizzare e di malcostume da espellere; lo stesso carattere ʺslegatoʺ e frammentario di questa sua musica dovrebbe essere garanzia di disinteressata obbiettività. Una obbiettività talmente esplicita, da meritare piuttosto il nome tedesco: sachlichkeit, ovvero ʺcositàʺ (Il termine ʺobiettivoʺ fa pensare ad una qualità del soggetto indagante; il termine ʺcosaʺ mette a fuoco, accentuando l’altro polo del rapporto, il contenuto del processo conoscitivo). Tutto bene: ma naturalmente tutto dipende da Renzi medesimo. È Renzi il gentiluomo che sembra essere? Noi ce lo auguriamo per lui e per noi. Ma il clima italico è ricco di gentiluomini che poi si son rivelati, altro che ʺimpresentabiliʺ (Annunziata), dei veri e propri ribaldi e fanfaroni. Risaltano nelle mercuriali di Renzi alcuni silenzi assordanti: il primo, decisivo, è quello sulle vergogne della magistratura, cancro massimo dell’organismo italico; il secondo, quello che riguarda il nostro nocchiero mentitore, il Napolitano, che ormai s’è rivelato per quel che è anche ai più ingenui tra di noi (mi ci metto anch’io). Questi due silenzi del ʺsegretario fiorentinoʺ significano astuzia? Io lo spero.

3 – Dei tre discorsi, quello dei forconi è ovviamente il più facilmente comprensibile. I lavoratori che hanno impugnato il forcone non vogliono più saperne né di idiozie democristomarxiane, né di gommapiuma burocratica. Dio li benenedica: essi parlano la solenne lingua del bisogno estremo, alla quale si deve rispondere solo con vergogna per la nostra colpevole ottusità e con immediata sollecitudine. Si tenterà, come già si va tentando, di ingannare di nuovo anche loro? È possibile ma difficile. Le forze dell’ordine hanno cominciato a capire da che parte sia giusto schierarsi, e il tristo Presidente che attualmente pilota la baracca delle menzogne alla sovietica, non sembra più in grado d’infinocchiare nessuno. Ma chi sa? Il demonio è troppo abile, e noi Italiani spesso siamo troppo fessi.

Contro queste tre obbiettività, accertata la prima e la terza, ancora in prova la seconda, si leva tremebondo il nostro Capo, svergognato dalla storia come alleato degli assassini staliniani, infine ravvedutosi – ma solo… per causa di forza maggiore. Quale l’intimo sogno di questo grigio arnese, voltagabbana dalla fifa molta? Ma è chiaro: ricostruire l’Europa secondo il solito schema delle ʺrepubbliche popolari sovieticheʺ – e questo perché, come è noto, il dispotismo totalitario meglio funziona, o crede di funzionare, dove ampi spazi popolati da schiene ricurve assicurano estesi margini di impunità. Si dirà che il nostro Cacicco non sa che la nuova Mosca non sarà Roma, ma bensì Berlino. E qui a lui sarebbe facile rispondere che proprio a questo egli aspira: fare il ‘Signorsi’, non mai lo Stalin. Ha la natura del servitore con tanto di salvietta sul braccio, lui. ʺLà dove si puó quel che si vuoleʺ è luogo dove si sta bene, ma dove in posizione subalterna la va ancor meglio. Alla Epicuro: ʺvivi nascostamenteʺ!

Tale, a quel che sembra, la situazione d’insieme.

Si lasci ora a noi il diritto di sognare, ci è già capitato di indulgere al dolce vizio, e pazienza se si presenterà di nuovo il disinganno. Sarebbe bello, se le tre oggettività di cui sopra collaborassero alla creazione d’una compiuta patria! Aegri somnia? Ma questa volta c’è una speranza aggiuntiva. La situazione è talmente deteriorata, estrema, che se Lorsignori continueranno a far orecchio da mercante, a somministrarci con inveterata sfrontatezza la vecchia musica, c’è caso che scorrerà sangue, anche di apparatčik stavolta. E dopo, non resterebbe che commentare: ʺse la sono proprio voluta, e chiamataʺ.


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