E L’ITALIA VA

Se è vero che un popolo ha il governo che si merita, quando ci sarà possibile meritare di non averne affatto?
Paul-Jean Toulet

Le mie sono impressioni di viaggio; sono emigrante da quasi vent’anni e il tempo stempera la rabbia dei patrii tradimenti, delle ingiustizie, cosi si soffre di nostalgia pura, estetica, sentimentale.

La casa degli avi ci aspettava un po’ impaziente sotto quel cielo strambo che ha nascosto l’estate per tutto il tempo. L’avevamo tirata a lucido in dicembre, i quadri allineati ed assortiti in ogni stanza, le cartelline ordinate, e l’onnipresente colla miracolosa che nasconde le miserie di restauri impossibili e di ricordi lontani. Ci accolse come turisti, solennemente, e ci fece stupire. Dopo, ci avrebbe sciorinato il suo cahier de doléances, finestre consumate e cigolanti, riscaldamento rotto e immancabile sciacquone d’antiquariato a far la doccia a chiunque – fosse pure un’autorità – ma subito ci apparse splendida, accogliente e misteriosa; perchè la “casa” è in Italia, nella minuscola pietra preziosa che chiunque possa fregiarsi del titolo di “Italiano”, conserva depositata nel forziere a forma di stivale.

Subito è chiaro che è proprio nella provincia, e nei villaggi che l ‘Italia c’è: il bancomat è affare sconosciuto, nei bar al pomeriggio si gioca la passatella e guai a disturbare, e se c’è da diserbare il giardino alle nove di mattina ti arriva un Marcantonio sorridente munito di seghe, tagliaerbe, carriola che previa birra e doppio ti trasforma la distesa di ortiche in un giardino incantato. “Toh, ecco le rose, non sono morte, erano solo strangolate”. E poi, il chilometro zero, che è quando ti riempiono la cucina di zucchine giganti, melanzane biscornute e saporitissime, pomidoro multiformi e multicolori e quel basilico che rende onore al suo nome da re e cresce come una macchina da festa, sfamando lumachine mariole e stordendoci con il profumo.

Approvvigionarsi di gustosi formaggi della montagna è semplicissimo: “Questo è il numero delle urgenze”, dice con serietà la signorina che serve al banco, alla Madonna del piano. “Anche di notte, chiamate, se vi serve subito un caciocavallo o una ricotta, ve lo diamo, e senza sovraprezzo”. È laureata in scienze politiche: “ma solo per sfizio, volevo provare, e i professori mi dicevano: che vieni a fare? Così per vedere se ne sono capace”. E ne era stata capace. Ma della politica, non può fregarsene di meno, è roba per chi non sa cos’è il lavoro, per chi viene in paese a presenziare solo se è certo che si mangia e si beve e che non capisce di produzione, veramente un’acca.

“La ricotta al tartufo è omaggio.” Ci sono i giornali, ma nessuno li compera: non li compravano nemmeno prima, il solo vuoto nello scaffale è stato sempre quello della Gazzetta dello Sport; ma ora s’informano su internet e quelli che non hanno internet s’informano al bar, restando pacatamente anarchici, ed autarchici. Certo, poi si continua a votare quello lì che promette il posto in Regione e costruisce palestre dimensionate per Tokio, ma con disincanto. E pian piano si son guardati intorno ed hanno visto prati, cieli, monumenti e forse quel matto di Sgarbi che predica e che gira di qui e di là, spiegando, assaggiando, urlando. Magari ha ragione.

Noi abbiamo aperto le porte, come sempre; ma questa volta non eravamo soli. Sono venuti tutti: a guardare, a dare una mano, a esporre, a fare assaggiare l’olio, le marmellate, i tartufi, le tisane, a cantare e a suonare; in alto, sul muro, i ritratti sembravano annuire, soddisfatti. C’erano davvero tutti. Tranne il sindaco. Ho pensato: “l’Italia è questa qui, creativa, commossa, sorniona, alacre; e c’è un’Italia come questa in ogni comune, come è sempre stato: tanto, tanto migliore di chi la rappresenta. E quando pensi che stia per morire, zac!, quella rinasce e Patrioti spuntano come funghi dopo il temporale.

Noi non amiamo le rivoluzioni e c’impressiona il sangue: se non possiamo liberarci di loro, gabbiamoli, tutte le volte che possiamo. La disobbedienza è il nostro fucile, più si spara, meglio è. E l’Italia va.

Angela Piscitelli
Zona di frontiera, 26 settembre 2016


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