MADE IN ITALY

C’è la crisi, tremenda, ormai siamo sull’orlo… Ma per una volta parliamo d’altro, per distrarci e perché di problemi ce n’è da tutte le parti.

A proposito di noi Italiani, oltre frontiera vige un’opinione spiacevole. Dovremmo mandare all’estero rappresentanti più… differenziati. Mi spiego.

Un esperimento. Andate a Londra, o a Berlino, o anche solo a Clochemerle Babylone. E fate sapere in giro che siete Italiano. Con molta probabilità sentirete, tra risate solo parzialmente trattenute, commenti ed osservazioni sgradevoli. Pazienza, di ciò parleremo in altro momento. Ma poi, ecco una vistosa collettiva leccata di baffi, forse appena irridente, ed il consueto rosario: ʺChe prosciutto squisito, però! Che spaghetti alle vongole! Che caciocavallo! Perbacco, le fettucce alla amatriciana!…Mozzarella…!” etc.

Effettivamente, la nostra cucina è prodigiosa, e questo lo si capisce meglio dopo aver tentato di mangiare all’estero. E fin qui sta bene. Ma attenzione, non stiamo parlando di santuarî gastronomici, la ʺSora Lellaʺ, il ʺDente d’oroʺ, etc. Stiamo parlando di una delle 4-5 nazioni che lungo due o tre millennî hanno costruito la civiltà europea. Possibile che, se si parla della Francia, tutti pensano se non a Cartesio almeno a quel trombone di Victor Hugo; e se si parla della Germania, ci si ricorda di Wagner, di Lutero; e se poi si parla di Inghilterra, eccoli a farfugliare di Shakespeare e di Darwin… E invece, ripeto, se si parla di Italia, dàgli coi soliti temi: spaghetti e caciotta, Chianti, prosciutto e pizza !?

Alla lunga, essere sempre e solo considerati, senza scampo, non altro che osti, cuochi, formaggiari e pizzaioli, è cosa che rompe alquanto le scatole.

I rimedi? Poiché è tutta colpa nostra, il rimedio è uno solo: cercar d’essere meno fessi e grossolani quanto a informazione all’estero. Il fatto è che l’Italia, nobilissima tra le nazioni, anche da questo punto di vista è caduta in mano ai pizzicagnoli autentici o figurati; la situazione, dentro e fuori le frontiere, è guidata dalle mezze calzette. Le quali, ciò è noto, ritengono che occorra occuparsi anzitutto di faccende riguardanti la parte fisicamente piacevole (buona tavola e sesso) dell’esistenza, e che esorbitare dalla vita pratica sia tutta perdita di tempo. E ancora, che per far soldi bisogna appunto non esorbitarne. Esaminate qualche stampato, libercolo o dépliant destinato all’estero: non vi si parla che di spaghetti, contorni e dintorni. Di sesso, invero, ancora poco, anche se ora, poveri noi, sta spuntando il genere ʺsesso & buona tavolaʺ. Un evento d’arte o di cultura? Sí, talora due righe quando non il silenzio, e subito l’eterna domanda: dove andare a gonfiarsi di saporita pasta al sugo, vero culatello e pregiato ʺLanghiranoʺ? È una vergogna, sarebbe cosa tutta da ridere se non fosse talmente iterante da riuscire soltanto greve. Si ha ha sensazione di far parte d’un popolo di ruttaioli postprandiali.

Si dirà: ma qui c’è contraddizione, perché oggi la diffusione della cultura genera consistenti guadagni. ʺCulturaʺ!? Guardate la cosa da vicino. Il mondo è ormai prevalentemente in mano a gente assai scadente, lo è dappertutto, e a questa gentarella piace darsi arie di finezza mediante la ʺculturaʺ. Sapete, come suggerisce Wiesengrund Adorno, c’è la cultura e c’è ʺla culturaʺ. Occhio al virgolettato. Si potrebbe esemplificare a fiumi. Conosco un professionista libraio antiquario, uomo di non comune cultura e finezza, il quale confida: ʺÈ umiliante vedere dove siamo andati a finire. La clientela colta d’un tempo è scomparsa; la gente acquista libri… per la rilegatura. Certo: e vanno di moda i volumi in pelle rossa, che sono i più vistosiʺ Sic! E ovunque la stessa musica: si vendono molto quadri ʺantichiʺ, ma in genere si tratta di croste riverniciate, scelte principalmente tenendo conto della dorata pacchianeria delle cornici. Senza parlare del fiorente commercio di ottocenteschi ʺritratti di (finti) antenatiʺ…

Certo, il commercio dei buoni libri è ovunque in via di sparizione: furoreggiano i manuali di cucina, i ʺfai da teʺ, le biografie di attrici famose, Diana d’Inghilterra ancora imperversa, e ovviamente i libri che ʺsi leggono con una sola manoʺ (Vivant Denon)… Ma da noi l’incapacità di interessarsi e interessare a temi di cultura è moltiplicata per dieci.

Quest’anno a Londra hanno fatto affari d’oro, migliaia di visitatori, con una mostra di arte etrusca. Da noi, a Cerveteri, a Chiusi, a Volterra ed a Tuscania, ci vanno sì e no venti turisti al giorno. E ripeto: di una vera informazione culturale all’estero, zero. E ce ne sarebbe da dire! Ad esempio i nostri ʺprimatiʺ e le nostre anticipazioni culturali (es. il Centofanti e il problema dei diritti naturali; Svevo e le incongruenze della psicanalisi; Colletti e l’errore dialettico marxiano; Assunto e il paesaggio concepito come interlocutore del paesaggio interiore; le messe a punto crociane sulla storiografia; Gramsci e l’egemonia culturale; Sraffa e il problema del valore; le scoperte nelle terapie di malattie epidemiche e non; le tecniche di avanguardia del restauro pittorico, etc.)

E poi: perché si tace dei nostri meravigliosi appuntamenti musicali, Firenze, Ravello, Spoleto etc.? Dei porti romani che si stanno dissotterrando a Napoli, ad Ercolano e altrove; delle novità di Cerveteri e di Cuma; delle smaglianti bellezze dei nostri cento musei di provincia, e delle centinaia di luoghi di incredibile interesse, in grandissima parte sconosciuti? Cito a caso: i ʺtre stratiʺ delle vestigia di Cimitile; a Napoli, la ʺcittà delle trecento chieseʺ, le undici chiese gotico-francesi, quella gesuitica dagli stilemi aztechi, e le chiese ʺl’una sull’altraʺ di san Giovanni a Carbonara…; l’incredibile santuario di Monselice, con i suoi sessanta santi rimpiccioliti per questioni di spazio (!); le città sorte da progetto unico, come Sermoneta, Pienza, San Martino al Cimino etc.; i teatri trompe-l’œil di Sermoneta e di Vicenza; i ʺsequestriʺ medievali di Castiglione Olona e del Ricetto di Candelo; le mille urne scolpite del museo Guarnacci di Volterra; le sensazionali nuove raccolte come quella del castello di Baia (gli ʺaugustaliʺ), etc.; le tombe degli Aragonesi a san Domenico Maggiore di Napoli; le colossali ʺsezioniʺ delle colonne dei tempi di Selinunte, su ognuna delle quali possono mettersi in piedi una quindicina di persone; la ʺpiù grande reggia d’Europaʺ a Mantova; il ʺmisteriosoʺ Catajo di Battaglia Terme; Civita di Bagnoregio, la stupefacente città ʺmoribondaʺ; il campestre museo Magnani di Mamiano-Traversetolo, con i suoi Goya, Füssli, Dürer, Tiziano, Van Dyck, Ghirlandaio, Morandi, etc… Insomma, una rublica settimanale sulle ʺMeraviglie d’italiaʺ durerebbe per anni.

Con questa perorazione non intendo certo esibire una cultura che purtroppo mi manca (so di essere un dilettante, e mi va bene così), intendo invece, amatore sviscerato della vera Italia, documentare alla buona la sterminata grandiosità e qualità delle cose da presentare, e il disperante silenzio dei nostri organismi d’informazione.

Insomma: in Italia la va molto male. Ma per consolarsi non c’è solo la buona cucina. Occorre ribadirlo, questo, con agili ma circostanziati articoli di esperti da pubblicare sui fogli turistici diffusi all’estero -, anziché trattare sempiternamente solo di culatello e di pizza.


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