CREPUSCOLO ITALIANO

Premessa: i minuscoli non sono refusi. Sono minuscoli e basta.

Noi che ce ne andammo un giorno per stanchezza – finita la voglia di battersi ogni giorno per sopravvivere – col fagottino, la macchina stracolma di oggetti utili solo al ricordo, vecchi libri e fotografie; ed era tanto tempo fa. Oggi, forse, non potremmo nemmeno fuggire.

Chi si arrende e va via ha sempre la speranza di poter tornare, un giorno, in una Patria più giusta: l’amore per una terra pascola nelle lontananze, dove ogni cosa è al suo posto perché è la fantasia che costruisce i dettagli. C’è poco da fantasticare: lo sfacelo è evidente nonostante la coltre di baggianate del minculpop.

In Italia non si vota più, ma si capisce bene che è inutile. I governi che si sono succeduti da un paio d’anni a questa parte, sono esecutori di ordini. A loro è dato il compito di “annunciare” per tenere tranquilli i sudditi, tutto qui. La stampa, invece, deve intrattenerli con pettegolezzi, retroscena, storie piccanti, sondaggi. E i sudditi, invero, sono abbastanza tranquilli. Del resto, devono: senno’ c’è la galera per tutti, da un capo di partito ad un agricoltore padano, nessuno sfugge alla longa manus del regime. Tutti i partiti si stanno sfasciando, è la nomenclatura che cresce. Improduttiva ed autoreferenziale non può e non deve preoccuparsi minimamente dei diritti e dei prolemi dei cittadini. I nomenclaturocrati vengono “scelti” e seminati in giro per contrastare ogni afflato riformista. La nomenclatura è bugiarda: ai ragionamenti oppone i numeri, ai sentimenti le pulsioni coatte, alla lingua italiana, generiche formule inglesi. La distruzione è stata capillare e sistematica: prima la storia, poi i monumenti e tutti i beni artistici, ed infine, gli uomini. Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Fabrizio Quattrocchi. La sua memoria è silenziata, era un Patriota. Gli eroi sono pericolosi, sono uomini, pensano, amano, hanno occhi febbrili che si ricordano. È stato l’ultimo a morire col nome dell’Italia sulle labbra. Meglio, molto meglio tramortirci col gossip che ormai, con la politica, coincide perfettamente.

Il parlamento – summa iniuria – approva la legge sul voto di scambio. D’ora in poi le promesse elettorali saranno derubricate a reato. Il voto, per i diversamente intelligenti, va dato sulla base dell’opinione, come ad un concorso di bellezza. Si vota la miss e non perché possa darcela, perché è bella e basta. Attendiamo la solita Boccassini – quota rossa – che applichi retroattivamente la legge ed incrimini il Cav per il contratto con gli Italiani. Farebbero prima ad abolirlo, il voto, per quel che serve.

C’è pure un presidente della repubblica che va a pontificare da fazio come un saviano qualsiasi, col pretesto di vender libri e per buttare lì qualche ordine. Un po’ piazzista, un po’ Castro. Pirata, ma non signore, il sangue blu non è tutto. Lo spettacolo, quello che un tempo si svolgeva al Colosseo per divertire il popolo, è in scena dappertutto in una melma dove ci sono solo alcune porte girevoli, che servono a far entrare e uscire i castocrati dalla scena con panni diversi. Giornalisti che fanno i politici, manager che cambiano posto ma non compenso, giudici in parlamento, banchieri tuttofare, trombati e trombabili, santificati e osannati. Un posto al sole per tutti, rigorosamente in quota rosa, verde, blu, giallo, amaranto. Al popolo affamato si dice: “se vi comporterete bene, vi daremo, di qui a poco, una legge elettorale”. Non siamo più liberi: hanno occupato tutto, perfino il nostro pensiero, facendo uno sberleffo munumentale alla “costituzione più bella del mondo” che, pur con tutti i suoi limiti d’età, sanciva i diritti nero su bianco. Cosa credete? Grillo è un’altra invenzione del sistema: l’immobilista è il più conservatore dei conservatori. Per fare la rivoluzione bisogna inseguire ideali e sogni, lui non ne ha. E non fa nemmeno ridere.

“Stringiamoci a coorte”, raccomandava il nostro inno nazionale; invece andremo in ordine sparso a votare per il parlamento europeo come se fosse un consiglio di quartiere, senza capire a che serve, che poteri abbia, e che cosa fa oltre ad imporre multe ai pescivendoli che non espongono i nomi latini della merce. Paradosso beffardo di un consesso delinquenziale che ha abrogato la cultura dappertutto.

Per noi che fuggimmo, resta nel buio, il sogno. E continuiamo a sognare un’Italia dove ciascuno sia libero di costruire e produrre senza essere criminalizzato, e possa professarsi Patriota senza essere messo alla berlina. Un’Italia dove ognuno svolga il compito al quale è chiamato e se ne assuma interamente la responsabilità; e dove si ricominci a parlare di storia, di paesaggio, di scuola, di bellezza e di sentimenti e sia restituito a noi l’onore e la dignità di individui. Ma questa Italia si allontana ogni giorno nel crepuscolo; è giusto un puntino lontano, tremulo come il soffio di una candela al vento, mentre fa scuro. Senza libertà, non c’è nulla. Teniamolo bene a mente, prima che spengano anche noi.


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