COMMENTO AI COMMENTI

Il mio articolo dal titolo Riforme, legge elettorale e Corte costituzionale, del 18 febbraio scorso, pubblicato su Zona di frontiera è stato commentato dal sig. Franco Brezzi e dal sig. Michele Gaslini, cosa che mi ha fatto piacere, ma mi sia consentito un breve commento al commento, non per polemizzare – ci mancherebbe altro – ma per chiarire il mio pensiero; il che, forse, non è inopportuno e giova anche a me.

Le cose che vado dicendo – almeno dal 7 novembre 1988, data del Convegno organizzato dall’associazione nazionale degli avvocati laicosocialisti e dall’associazione culturale Mondo Operaio – sul tema “Il pubblico ministero nella prospettiva del nuovo processo penale”, ove fui relatore per parte degli avvocati – sono l’espressione della mia profonda convinzione secondo cui nel nostro Paese la Giustizia non è all’altezza della nostra cultura millenaria (lasciamo perdere che l’Italia è culla del diritto, ignoriamo altre civiltà), soprattutto per il nostro gap nei confronti delle altre democrazie evolute, efficienti e garantiste, quelle europee e quella statunitense. Son passati da allora (1988) ben oltre cinque lustri e, nonostante il nuovo codice di procedura penale, più garante dei diritti delle persone, la nostra giustizia penale è – si può ben dire -, se non allo sfascio, certamente a funzionamento anomalo. Si parla anche di giustizia malata. Ma al riguardo c’è da segnalare il disinteresse dei cittadini per il funzionamento delle istituzioni.

Ha ragione Brezzi quando osserva, amaramente, che gli occhi che dovrebbero leggere le cose che ho scritto sono tutti a disposizione della Gazzetta dello Sport e attenti ai lati B televisivi (non ho nulla in contrario per i lati femminili, anzi, ai miei tempi ne sono stato appassionato cultore: ho corso anch’io la cavallina, come si dice). A parte questa parentesi, condivido l’amarezza di Brezzi perché il mio prodigarmi per i temi e problemi della giustizia – che ritengo essenziali, come pure la Corte europea ripete spesso, ad un sistema veramente democratico – non ha prodotto niente sul piano della cultura giuridica italiana.

In un altro Convegno sulla amministrazione della giustizia in Italia, tenutosi a Roma, un magistrato, assieme a me relatore, iniziò il suo intervento, dopo il mio, dicendo testualmente che “ero un simpatico provocatore”; omettendo di dire la ragione del suo giudizio, si lasciò andare al coro di osanna alla magistratura autonoma e indipendente, salvatrice della patria. Su questa opinione un giorno, non troppo lontano, tornerò. La giustizia è il cuore della democrazia.

Del resto, che la cultura giuridica circolante nel nostro Paese sia a tasso quasi nullo, è dimostrato dall’assordante silenzio in ordine alla incredibile sentenza costituzionale di cui ho detto nell’articolo in commento, usurpatrice di funzione politica (dire quale effetto la propria dichiarazione d’incostituzionalità produce sull’assetto istituzionale è opinione politica non decisione giudiziale).

Tuttavia io continuerò a scrivere perché sono certo (mi auguro) che qualcosa resterà e che, se non oggi, domani qualche seme potrà germogliare.

So di non avere mecenati che sposino la mia battaglia per la giustizia (tanto meno posso sperare su magistrati, presi da volontà di potere): ma, non si sa; mai dire mai, forse i giovani, chi sa!

In definitiva, però, scrivo per assolvere il dovere civile e morale, che mi impone la mia coscienza: porre a disposizione di altri, pochi o molti che siano, le mie conoscenze giuridiche, maturate nella pratica forense in oltre cinquant’anni e, soprattutto, frutto della riflessione su “sudate carte”.

Di questo dovere parlava Einstein, quando affermava che chiunque abbia delle conoscenze di carattere scientifico, giuridico o consimili, ha il doverne di farne partecipe la collettività (cito a memoria, ma il riferimento a Einstein non è dubbio).

***

Michele Gaslini ha fatto una osservazione interessante: non è affatto vero che la Costituzione fu emanata dal popolo, come avevo scritto. La nostra Costituzione – ha osservato – contrariamente a quella francese ad essa coeva, non venne sottoposta al giudizio del popolo mediante il referendum confermativo ed è – dice sempre Gaslini – frutto di quella consorteria partitica che, a partire dall’ufficiale riconoscimento del Cnl, “istituzione statuale di fatto”, ha instaurato in Italia “quella ferrea legge dell’oligarchia” ben esaminata dagli studi di Michels.

Gaslini ha ragione se il termine da me usato è inteso in senso puramente letterale: d’altronde ben so che non v’è esempio al mondo di un popolo composto da milioni d’individui riuniti a scrivere la propria Carta. Un tale fenomeno non si riscontrava nemmeno nelle democrazie “dirette”, cioè dove il popolo prendeva parte alle pubbliche decisioni.

Il termine da me usato (ma non da me coniato) vuole rappresentare la netta distinzione dalla c.d. Costituzione ottriata, cioè concessa al popolo dal sovrano, come avvenne, ad esempio, con la Costituzione monarchica del 1848 (detta Statuto Albertino), concessa al popolo da Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, di Piemonte, ecc. (e che divenne la Costituzione monarchica d’Italia).

La Costituzione del 1947 fu opera dei rappresentanti diretti del popolo, eletti il 2 giugno 1946. Infatti, l’art. 1 del decreto-legge 25 giugno 1944, n. 151 (detto “Costituzione provvisoria”) decretò: dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali dello Stato saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, con suffragio universale, diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova Costituzione dello Stato (un successivo decreto precisò che la scelta della forma dello Stato doveva essere decisa dal popolo mediante referendum). In Francia, invece, la emanazione della Costituzione fu opera dell’Assemblea Nazionale (Parlamento), affiancata da una seconda Camera (il Consiglio della Repubblica), sicché il popolo ebbe un ruolo diretto solo dopo, con il referendum confermativo (a titolo di curiosità ricordo che il referendum si concluse il 13 ottobre 1946 positivamente ma, tenuto conto dei voti contrari, delle schede nulle e di otto milioni e rotti di astenuti, si poté dire che la Costituzione fu approvata da una minoranza del popolo francese).

Per essere più precisi, in Francia la Costituzione poteva persino dirsi ottriata, perché non promanava direttamente dal popolo mediante suoi rappresentanti nominati ad hoc. Pertanto sarebbe stato un controsenso in Italia il referendum confermativo di un testo che promanava dal popolo, sia pure attraverso l’opera di persone da esso scelte.

Passando ad altro aspetto del commento di Gaslini: è vero che l’Italia postfascista fu espressione della consorteria partitica, nata dal Comitato di liberazione nazionale (Cnl), ma sarebbe sbagliato dire che quei i partiti formassero una cricca coesa: Costantino Mortati, costituzionalista attento allo svolgimento dei fatti storici dell’epoca, scrisse che i Ministri tiravano ciascuno l’acqua al proprio mulino, cioè ai partiti di appartenenza; e la divaricazione divenne sostanziale e definitiva con la cacciata delle forze di sinistra dal Governo formato da Alcide De Gasperi. Non cricca ma cricche.

La Costituzione sancì un compromesso tra forze e ideologie contrapposte, e sappiamo che ne venne fuori qualcosa che già a distanza di qualche anno da allora mostrava la sua inidoneità a regolare una società italiana profondamente e vertiginosamente cambiata in pochi anni.

A prescindere da questo richiamo storico, non concordo con Gaslini nel ritenere che in democrazia esista una ferrea legge dell’oligarchia “creatrice di cricche e sottocricche”, come dall’analisi sociologica di Roberto Michels (il cui pessimismo sulla democrazia lo portò a parteggiare per il fascismo); vero è invece che connotato del sistema democratico è l’esistenza delle elites (come insegnarono Mosca e Pareto). Tuttavia devo convenire che da noi la democrazia ha creato le cricche e sottocricche politiche.

È un dato di esperienza che i partiti, pur tesi ciascuno alla conquista del potere, sono connotati da una comune degenerazione, con oblio di valori e ideologie. La dimostrazione è evidenziata da una vicenda attuale: i parlamentari, per non perdere la poltrona e il vitalizio, che deriverebbe dallo scioglimento del Parlamento (a mio avviso necessitato per la incostituzionalità della sua composizione), stanno procedendo come se nulla fosse accaduto, in una composizione in parte illegittima. In questo le cricche sono fortemente coese (tutti zitti e mosca). Ma si sta creando un danno enorme al Paese perché si sta costruendo sulla sabbia.

La rivolta del popolo – almeno per quella parte non fideistica – contro la classe politica o, per dirla ancora con Michels, contro le cricche politiche, è l’espressione di un generale rigetto del sistema, posto che da democrazia è diventata cacocrazia, cioè potere dei peggiori.

Io, però, non mi lascio prendere dal pessimismo di fronte alla degenerazione sempre più evidente e sempre più marcata dei partiti, consapevole che con tutti i suoi difetti la democrazia resta un sistema politico insostituibile: solo che tutti debbono impegnarsi a migliorarla secondo le prospettive partecipative previste dalla Costituzione. Insomma, dobbiamo sporcarci le mani.


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