IL COMUNISMO È VIVO O MORTO ?

Propongo al lettore una breve analisi semplicista, di quelle che gli «addetti ai lavori» ritengono inammissibili. Certo, delle cose serie bisogna parlare solo se si è competenti, ma ho anch’io una disciplina in cui sono competente: la mai abbandonata speranza di riordinarmi le idee che le mode culturali continuano a confondermi. Nella fattispecie: oggi si sente parlare due linguaggi diversi: il comunismo è ancora vivo / il comunismo è morto. Mi concedo dunque il seguente tentativo di far chiarezza. La questione non è peregrina: tutt’altro! Con i tempi traditori che corrono, sono in vista fastidiosi ritorni di fiamma.

Accade di discutere con gente che «pensa a sinistra». Forse non si dovrebbe, perché è del tutto inutile, ma capita di caderci. Ed è probabile sentirsi dire: ʺCome, parlate ancora di comunismo!? Ma la volete capire, una buona volta, che il comunismo non esiste più?” Far scivolare le questioni sul piano del giudizio di esistenza, è un metodo tipico di chi vuole evitare il giudizio di merito. Dire ʺil comunismo non esiste piùʺ significa abusare del carattere polisenso del termine: quale è il senso che si è deciso di prendere in esame? Occorre, pertanto, stabilire quale dei sensi del termine si voglia ispezionare. Oggi, infatti, il termine ʺcomunismoʺ può alludere ad uno dei seguenti significati:

1 – Una teoria che si pone come seria proposta filosofico-politica. Morta.

2 – Una realtà statuale (Unione Sovietica, ʺSatellitiʺ etc.) Ovviamente, morta.

3 – Una poltiglia teorica, o endemica ʺfilosofia plebeaʺ, che di tanto in tanto ricompare lungo il corso della storia, oggi perfettamente combaciante con l’ideario degli strati sociali emergenti (piccola borghesia, plebe). Assai utile per la scalata del potere o per ottenere preminenza sociale. Tipico pane per conformisti e social climbers. Vivissima.

4 – Un ribellismo senza concetto, vero e proprio residuo paretiano, un ʺprezzemoloʺ da aggiungere ad ogni ribellione, sia legittima (p.es. contro le ingiustizie sociali), che meramente nevrotica (p.es. guerra anti-TAV), etc. Vivo.

Il comunismo di ʺtipo 3°ʺ è il metodo attualmente adottato per realizzare vantaggi di casta mediante lo schema do ut des: verdetti tribunalizi a senso unico, copertura di imbrogli varî, impunità a compagni di strada ed a chiunque si ponga ʺa sinistraʺ. Di ciò si possono addurre molti esempi. P.es.: i cassieri dei partiti che si appropriano del denaro destinato al finanziamento, o altri approfittatori, se sono di sinistra la fanno franca (come sta accadendo a Lusi). Se invece sono di destra, vengono immediatamente fustigati (vedi Belsito). Berlusconi, per aver organizzato serate allegre con ragazze, è stato martoriato di processi; Marrazzo, per aver trafficato con transessuali, è stato elevato sull’altare della santità. Dell’Utri, innocente, ha pagato con la persecuzione giudiziaria e la galera la sua non-appartenenza al baraccone della Sinistra; e cosi’ Contrada che, innocente e benemerito persecutore dei mafiosi, è stato imprigionato a vita, e ora agonizza in prigione. Etc.
(Tra parentesi: il Presidente Napolitano nota queste inammissibili ingiustizie e sozzure, o finge di dormicchiare per paura dei suoi magistrati? Si’, perché esiste anche il meccanismo non do ne des: ʺio non scopro gli scheletri del tuo armadio, se tu mi aiuti ad occultare quelli degli armadi mieiʺ. E intanto, lentamente ma irreparabilmente, si torna ai tempi di Craxi. C’è chi paga e chi no. Vergogna. Venti anni di ʺmani puliteʺ gettati dalla finestra da mani sporche!

Questa la situazione, non si sa se più invereconda o tragica. Le mort saisit le vif : il comunismo psicologicamente vivo si vendica di essere politicamente morto. Finché vivo, aveva abituato i suoi seguaci a credersi detentori d’ogni scienza, politica e non; oggi, da morto, lascia nella psicologia degli adepti un vuoto teorico, ma anche una persistente albagia gonfia di odio vendicativo.


Ovviamente il comunismo, coacervo di convincimenti ed interessi apparentemente così variegati, è portatore di svariate ʺanimeʺ, come oggi si dice. Queste anime possono essere rintracciate anatomizzando in sé l’insieme teorico, in quanto sedicente teoria filosofica. Appare subito evidente che non si tratta di una teoria organica, ma bensì di un portmanteau di filosofemi di varia provenienza. La cosa è ben nota agli specialisti; eccone le componenti maggiori:

A – Componente di base, o «umanitaria»: le società, tutte o quasi, presentano un concentramento della ricchezza in poche mani, una ignobile stortura che occorrerebbe correggere. Di ciò ci si lamenta da Platone in poi: c’è tutto un rosario di nomi che si usa snocciolare e che fa bella figura di sé in tutte le Storie della Filosofia per licei. E’ l’unica componente rispettabile del miscuglio.

B – Teoria della sovrastruttura, d’immemoriale origine plebea: un convincimento che affiora nei cervelli degli uomini in tutti i tempi, da Senofane a Feuerbach, secondo il quale vi sarebbe una inevitabile impronta strutturale nel mondo (ritenuto quindi ʺsovrastrutturaleʺ) delle nostre idee. In certo senso, anche l’evemerismo entra a far parte di questa sindrome.

C – Teoria millenarista, su di uno schema di origine giudaica. La realtà storica segue un predestinato, irresistibile itinerario verso il Bene. Itinerario qui segnato dagli sviluppi dell’economia, che alla fine sboccherebbero nella scomparsa di tutti gli attriti sociali.

D – Teoria dialettica, di origine hegeliana: il reale si svolge per successive opposizioni e sintesi tra i propri dati.

Io personalmente ritengo che solo la componente “A” sia non solo inoppugnabile, ma anche molto degna di rispetto. E’ la mia utopia, che definirei del ʺcomunismo economicoʺ, quella di cui ad esempio Gustavo Herling, coraggioso difensore della libertà che pure aveva subíto il lager sovietico (si legga il suo impressionante Un mondo a parte), diceva che nessun galantuomo poteva non sentirla in sé ben viva. Tutti gli uomini dovrebbero disporre di mezzi sufficienti ad una dignitosa sopravvivenza, e che ciò non sia è un inammissibile scandalo, una tragedia perenne che disonora il genere umano.

Le altre tre componenti sono false: non è vero che il nostro cervello possa ospitare idee buone solo se provenienti dalla base economica, ʺstrutturaleʺ, della società; falsa è anche la componente millenarista o escatologica: la storia va dove vuole lei, non dove vogliamo noi. E infine, falsa per eccesso è la teoria dialettica, che adotta ʺcapovolgendolaʺ la dialettica hegeliana (tesi-antitesi-sintesi) e che Marx tende a spalmare su tutto il reale (come farà poi compiutamente Engels). Falsa per eccesso: vi sono mille componenti del reale che si sviluppano, si avviluppano e intrecciano, secondo ritmi diversi e leggi diverse da quella della dialettica tra opposti.

Ma veniamo al tema che ora mi preme illustrare. In breve, si tratta di ciò a cui ho già accennato: la società ha prodotto una nuova moltitudinaria classe (o strato, se volete): la piccola borghesia (e, al di sotto di questa, la plebe), che ha fatto sua, semplicemente ereditandola, la philosophia perennis più sopra descritta. Ne discende che, poiché le moltitudini proletariali lottano per il sacrosanto diritto di sopravvivere e pertanto non badano a chiacchiere, se ne deduce, con demagogica enfatizzazione, che solo queste moltitudini pensino ciò che è autenticamente utile, e consentito, pensare.

Insomma: le classi bisognose hanno teorizzato, ben prima di Marx, la famosa ʺteoria della sovrastrutturaʺ. Da che mondo è mondo esse ritengono che si pensi – e si debba pensare – principalmente, se non esclusivamente, intorno a ciò che occorre per risolvere il problema economico. Per farla breve: tali classi bisognose sono per mentalità ʺmarxisteʺ da sempre.

In proposito, la storia delle idee ci offre anche una elegante prova a contrario. La paramarxista, raffinata Scuola di Francoforte, adottando ed esasperando la plebea teoria della sovrastruttura, non ha prodotto alcun contributo per il raddrizzamento o risarcimento delle ingiustizie sociali. Come era da prevedersi.

La conclusione è semplice: il comunismo marxiano ha complicato ed ingarbugliato gli scopi della battaglia per la liberazione dal bisogno, con l’intromissione della teoria della sovrastruttura; e questa ha indebolito il compito essenziale, quello di perseguire la giustizia sociale. Era come affermare, e imporre, che per soccorrere i meno abbienti si dovesse imperativamente rinunciare alla libertà del pensiero – ovvero, il che vale lo stesso, che si dovesse pensare soltanto scempiaggini. È in questo modo che le società socialiste nell’ultimo secolo hanno provocato, e sperimentato, un aggravamento di ingiustizia, aggiungendo alla fame corporale la fame dello spirito. Si è dimostrata infine più che legittima la domanda posta da più parti: per vincere la guerra dei diseredati, non sarebbe stato meglio concentrare tutti gli sforzi sulla equa distribuzione dei beni, lasciando perdere la balla della sovrastruttura? La risposta è: sí. Si tratta di una sorta di curiosa mancata applicazione del ʺrasoio di Occamʺ (entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem), chiara anche ad uno studente di liceo. Invece la cultura europea, per capirla ed eliminare il cortocircuito teorico, ci ha messo un secolo e mezzo (1840-1989), ed ancora non ne è del tutto convinta. E poi Marx viene a dirci che è la società l’elemento traente della maturazione delle idee!

Per me, la faccenda è chiara: se il comunismo fosse solo quel che dovrebbe essere, ovvero una forza politica che tende alla equa redistribuzione dei beni, sarei comunista toto corde e da sempre. Io, infatti, mi sento e sono quel che segue: comunista in campo esclusivamente economico, liberale in tutti gli altri campi, che sono molti e abbisognano di un regime di integrale libertà. Questa è la mia utopia: un mondo giusto, in cui tutti siano liberi dal bisogno, e in cui ognuno pensi come vuole ciò che meglio crede.

Ed è qui che sento un coro di risate: «Ah,ah! Il Cammarano vuole un mondo giusto!… ma si sente bene!?»

P.S. – Per restare in argomento, prendo in considerazione due personaggi impresentabili. Alcuni anni fa, il figlio di Di Pietro anticipò le disavventure del Trota. Si dimise solo dal suo Partito, non da retribuito Consigliere Provinciale. Il Trota invece si è dimesso da entrambe le cariche.

Oggi un tristo profumo di vittima designata avvolge la Lega Nord, unico partito da colpire, perché renitente unico ad una qualche eventuale ammucchiata.

ʺUna modesta propostaʺ: per le prossime tornate elettorali, vota Lega Nord, sempreché non si pieghi. Un voto di opinione, che forse finirà col piacere anche a Berlusconi.


Pubblicato

in

da

Commenti

Lascia un commento