GATTOPARDI E UTILI IDIOTI

Il governo Monti-Napolitano rappresenta la vittoria della restaurazione, garanzia gattopardesca che tutto cambi affinché nulla cambi. Con la resa di Berlusconi cade l’ultima speranza di una rivoluzione liberale.

È costituzionalmente corretta l’interpretazione di Giorgio Napolitano, e di molti altri, quando affermano che l’attuale governo in carica sia perfettamente legittimo. È però altrettanto certo che alle ultime elezioni politiche il popolo abbia scelto una coalizione, un programma ed il suo Premier. Si è creato quindi un grave vulnus tra la volontà popolare e il funzionamento di una democrazia parlamentare rimasta ancorata a regole bizantine, desuete, scollata dagli avvenuti cambiamenti nel Paese.

È grave che le forze politiche e le più alte istituzioni siano rimaste insensibili a questo mutato sentire, che rappresenta una positiva emancipazione popolare, una presa di coscienza politica più profonda e una volontà di decidere quale direzione imprimere all’Italia scegliendo un programma specifico nel quale una maggioranza si rispecchia.

È altrettanto evidente che costituzionalizzare questo modo di fare politica, più fedele alle decisioni popolari, eroda grandi zone grigie del potere istituzionale, di quel tipo di potere che permette, nel chiuso delle stanze dei Palazzi, di mutare assetti e alleanze.

Al di là dei finti temi di maggior attualità, creati artatamente per sollevare l’indignazione popolare verso falsi obiettivi, quali l’assenza delle preferenze, le caste, le spigole, gli evasori, ecc., il problema dell’Italia è rimasto lo stesso: garantire la governabilità del Paese. Questa si può ottenere soltanto costituzionalizzando un maggior rispetto del mandato popolare, consegnando un più ampio potere al premier (o ad un presidente della Repubblica nel caso di riforma) e introducendo un vincolo di mandato.

L’avvento del governo Monti ci spinge in direzione opposta, e di fatto rappresenta il coronamento degli sforzi per restaurare consociativismi istituzionali-parlamentari da prima repubblica che ha visto come primi attori Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini. Questi sono solo però i primi nomi in cartellone, infatti il numero dei congiurati sarebbe molto lungo, tanto da rendere impossibile stilarne un elenco completo. Non si pensi però che questi demagoghi siano privi di consenso popolare, anzi. Sono sorretti da una vasta area trasversale alle posizioni politiche da essi rappresentate. Non c’entra destra, sinistra o centro, ma l’assenso al loro operato deriva da tutta quella pletora di persone che godono dei benefici dello Stato, che di questo si nutrono e che non sono ancora stati toccati veramente dalla crisi se non in modo marginale.

Questa zona grigia è il male italico per eccellenza e va da Giorgio Napolitano fino all’ultimo dei travet di qualche oscuro inutile ente della più remota provincia periferica. Un ventre adiposo e molle che assorbe ogni colpo, difeso da moschetti caricati a marche da bollo, nascosto in trincee di interminabili, incomprensibili regole burocratiche applicate solo a chi del sistema non fa parte.

In questo contesto Mario Monti è l’utile idiota di turno, gettato nella mischia per far cassa nell’unico modo possibile: quello di imporre tasse e balzelli. Non è pensabile, infatti, procedere altrimenti, riducendo il fronte della spesa pubblica senza aver chiaro dove si annidino gli sprechi, come più volte sottolineato da Luca Ricolfi. È ovvio che per attuare una spending review siano necessari «una rete di piani di intervento, di progetti di trasformazione, supportati da anni di analisi particolari», ovvero servano dati certi che nessun governo possiede perché ogni istituzione, ogni amministrazione, ogni dipartimento hanno tutto l’interesse ad occultarli per non perdere risorse, potere, autonomia, discrezionalità di spesa e quindi consenso politico. A conforto di questa tesi valga, tra le tante, la recente notizia che per conoscere il numero delle auto blu – dato che dovrebbe essere di banale e scontata accessibilità – il governo abbia dovuto addirittura promuovere un censimento (!) e che più della metà delle pubbliche amministrazioni non abbiano nemmeno risposto.

Ogni politico di lungo corso conosce questa realtà e non adoperarsi per abbattere la spesa pubblica, lottando per debellare le clientele, le ruberie camuffate da associazioni, le tutele delle corporazioni, i mille sprechi significa essere parte di questo sistema malato e trarne personali benefici.

Negli ultimi anni molti hanno sperato che Silvio Berlusconi riuscisse a scardinare questo cancro, la vera mafia che da sempre pervade il nostro Paese. Invece la rivoluzione liberale ha avuto il coraggio di farla solo a parole, impantanandosi nelle congiure di palazzo, appiattendosi sulla linea politica di Letta-Alfano indirizzata ad abbracciare i propri nemici: Fini e Casini.

Sostenere il governo Monti-Napolitano equivale ad appoggiare di propria volontà la testa sul ceppo del carnefice, significa arrendersi, rinunciando a tentare di cambiare l’Italia. La rivoluzione non è un pranzo di gala, non basta annunciarla, bisogna combattere quando è necessario, con ogni mezzo e con coraggio, altrimenti si rimane dei quaquaraquà.


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