Liberalismo: una prospettiva facile?

Gli attuali «nuovi Italiani» presentano ancora la sindrome diagnosticata da Piero Gobetti (oscillazione tra autoritarismo e anarchismo): segno tipico, si dice, di immaturità politica. Si tratta d’uno di quegli sterili pendolarismi di cui discute a fondo G.K.Jung. Quali i motivi di questa italica coazione a ripetere? Si potrebbe forse parlare di una caratteristica «impazienza» – non si sa se infantile, o ben all’opposto senile -. Ci stanchiamo subito e, per il troppo rapido instaurarsi della noia, o del disgusto, o dell’indignazione, invochiamo senza previ riesami la situazione opposta a quella che ci infastidisce o tormenta. Vendicarsi.

E’ forse il «liberalismo» un modo di uscire da oscillazioni del genere? Sembrerebbe che il carattere stesso del pensiero liberale – esaminare le cose a fondo prima di risolversi ad agire ovvero, come dicono in coro Croce e Gramsci, agire con ottimismo ma dopo aver pensato con pessimismo – metterebbe al riparo da simili reazioni.
In realtà, a mio avviso quando si parla di liberalismo bisogna innanzitutto abbandonare l’idea che si tratti di qualcosa di «naturale». Il liberalismo è un modo di sentire e di agire innaturale se altri mai. Questa la sua «umana» importanza e bellezza. La teoria liberale è fatta non di certezze, ma bensì di prese di coscienza ponderate, e tuttavia sempre perfettibili. Modo di procedere motivato anche dal fatto che gli stessi capisaldi della teoria sono problematici, incessantemente «da ridiscutere». Circola in essi una sorta di « provvisorietà programmatica », una consustanziale epochè: quella che, esagerando, spinge Voltaire a dire scemenze (« non sono della vostra opinione, ma darei la vita…», etc.), e la gente a prendere in giro la forma mentis liberale (dal famoso les chiens, voilà des liberaux! di Arthur Rimbaud, al detto: «a forza di esser d’accordo con tutti, i liberali non sono d’accordo neppure con se stessi »).

In realtà, se si esaminano le idee-chiave del liberalismo, si individuano fatti interessanti. Consideriamo i diritti dell’individuo, quelli della proprietà, l’idea dello stato minimo, la volontà generale, che sono i cardini di quella «libertà personale» a noi liberali tanto cara. Scopriamo subito circostanze spiacevoli:

– 1 – I diritti dell’individuo non esistono. Esiste bensi’ (vedi Hegel) la «persona» munita di diritti che, non essendo «naturali», altro non sono che difficili attribuzioni storicamente determinate. In sostanza, si rivelano subito fictiones juris: talora persino contraddittorie. Una data società dispone di diritti, per i suoi abitanti, che in un’altra vengono negati, o trasgrediti, etc. Vige qui una sorta di regime simile alla «ipotesi di Prigogine», il fisico russo/belga che pensa possa negarsi la inevitabile legge generale dell’entropia: ma la nega qui, mediante l’introduzione del concetto di «struttura dissipativa», a patto di… scaricarla più in là.

– 2 – Del resto, esempio preclaro di fictio juris è la stessa «volontà generale». Che senso avrebbe il famoso e insensato detto di Rousseau («bisogna costringere gli uomini ad esser liberi»), se una «volontà generale» esistesse in concreto? Nei fatti, la cosiddetta volontà generale mostrò presto il suo vero volto, trasformandosi in quella ipocrita «sovranità popolare» cui Napoleone, celebre «capa tosta», faceva appello tutte le volte che voleva fare a modo suo.

– 3 – La proprietà è anch’essa un concetto di relazione. Qui era già intervenuto Emanuele Kant: essa, che i Romani credevano fosse uno ius in re, un rapporto uomo-cosa, è invece un rapporto sociale, uomo-uomo. L’individuo isolato non ha capacità a costituirsi una proprietà. Ancora una volta, è solo la persona, l’uomo socializzato, che può costituirla.

– 4 – Questione dello «stato minimo». Questo è l’ideale regio dei liberali; ma andiamoci piano: abbiamo visto che tutti i valori predicati dai liberali (libertà e diritti della persona, diritto di proprietà, etc.) sono resi possibili solo dall’esistenza di uno Stato (sufficientemente forte, ovvero non tanto «minimo»).

– 5 – Nei fatti, che la persona sia il frutto della tutela di un esistente «Stato», lo dimostra il fatto ch’essa esiste «qui», ovvero finché tale Stato esiste. Se lo Stato crolla, la «persona» crolla con lui, e si ridiventa tutti disperatamente «individui», come accadde ai tempi della Repubblica di Salo’ e dintorni, a dispetto di tutti gli irenisti, armonicisti, legalisti ed altre anime belle.

Anche se, nel caso del supposto diritto naturale, della proprietà, etc., noi tendiamo a fare come se questi diritti avessero vigenza universale, ovvero esistessero per tutti e per sempre, accade invece che tutti gli ordinamenti sociali, autocratismi e socialismi inclusi, mostrano che tali valori hanno vigenza necessariamente locale. (Per inciso, una nota amara: in Italia meridionale, dove lo Stato c’è e non c’è, ci sentiamo tutti persone a metà, e troppo spesso meri individui).

E poi ci sono le « pie illusioni » o, meglio, le interessate menzogne. Ognuno, ad esempio, nel suo «foro interiore» sa che propugnare il «diffondersi della democrazia» non è che una solenne balla, un auspicio vuoto, un flatus vocis utile solo a respingere nelle nebbie di ciò che «viene pensato approssimativamente» le molte insanabili contraddizioni della società e i nostri complessi di colpa. Ma questa parresia squisitamente liberale può essere enunciata anche a rovescio. E dire p.es. che io sono con tutto il cuore dalla parte di noi Italiani, quando salviamo a migliaia i disperati che arrivano a Lampedusa, e che il comportamento di Malta, che invece respinge i disperati a mare senza pensarci due volte, mi fa orrore. E tuttavia sono i Maltesi quelli che stanno dalla parte della legge di natura, dell’unico «diritto naturale» che esiste e che Hegel riconosce: quello di praticare la violenza. Noi Italiani non siamo «naturali», siamo «civili», il che è tutt’altra cosa.

Si può misurare, partendo di qui, l’inconsistenza d’ogni prospettiva libertaria. Consideriamo il caso, esemplare, di quell’operetta, L’Unico e la sua proprietà, che Max Stirner mise fuori nel 1844. L’Unico non esiste, e tanto meno esiste la proprietà di quest’Unico. Il vero titolo di quello scritto avrebbe dovuto essere: Il signor Nessuno e il suo nulla. (Tra parentesi: tutte le strade menano a Roma. A sua volta, anche l’anarchia di Stirner segue la stessa legge: se fosse universale, non sarebbe. Infatti, affinché l’anarchia sia, occorre che «altrove» vi siano cittadini operosi che provvedano non solo a se stessi… ma anche a foraggiare gli ozî e le stupidaggini degli anarchici.)

Si dirà che sostenere quel che qui sostengo significa ammazzare proprio quel «liberalismo» che tanto caldamente propugno e seguo. Ma no: a mio avviso, è un autentico liberale quegli che non si ciba di chiacchiere e non si nasconde i limiti invalicabili della condizione umana: limiti che necessariamente rigalleggiano, come turaccioli sull’acqua, su ogni ipotesi di organizzazione sociale.

Che cosa fa un medico coscienzioso nelle corsie d’un grande ospedale? Si rende conto, giorno dopo giorno, della terribile realtà dell’esistenza: precarietà di tutti i viventi, malattie che incombono, etc.: le cambiali che tutti, vivendo, volentes nolentes abbiamo firmato al dolore, e che via via vengono inesorabilmente a scadenza. Probabilmente il medico di cui sopra dice amaramente a se stesso le parole di Ernst Bloch: «Ciò che è, non può esser vero!» Ma non per questo si iscrive alla…«Italia dei valori» del Di Pietro. Ma no. Più semplicemente, accetta la gravità della situazione, l’autocontraddittoria imperfezione della condizione umana in generale e del suo ospedale in particolare, e dà opera affinché, ciò malgrado, l’ospedale funzioni nel modo meno inefficace possibile. Esclamando di tanto in tanto, immagino: « Santa pazienza!… »
Esempio pratico: Berlusconi non manda forse di nuovo l’esercito a spazzar via il lerciume da Napoli?
Questo, per me, è il liberalismo.

Leonardo Cammarano, 9 maggio 2011
Zona di frontiera (Facebook) – zonadifrontiera.org (Sito Web)
09 maggio 2011


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