RICORDATI CHE DEVI MORIRE

“bella figliaaadelll’amooooooreeee/ schiavoson dei vezzituooooi/ con undettosolotuotu puoiiiiii/ le mie pene lemmiepeneeconsolar.”

In fondo, questa offensiva della corazzata boccassinonkin ed erinni associate, si può leggere come il solito malcostume italiano della distruzione dei monumenti e della memoria storica. Processando il Cav, si processa proprio l’innocenza del maschio italiano di quel periodo operoso e felice che fu il dopoguerra fino al ’68.

Erano tutti elegantemente vestiti, anche se di abito ne avevano solo uno, e sempre portavano la cravatta. Attempati galanti che occhieggiavamo nelle scollature un po’ audaci e sui deretani prominenti (come usava un tempo). Risparmiavano su tutto, però mettevano i soldi da parte per andare a vedere: ”la Rivista” in teatro. Ci andavano con le mogli, con le cognate nubili un po’ arcigne e pure con i pargoli, qualche volta. La loro delizia era “la Passerella”. E cioè il giro finale che le ragazze del corpo di ballo facevano sul proscenio, succinte e scintillanti, qualche volta attardandosi a stringere le mani ai fortunati in prima fila che applaudivano forsennatamente.

Mio padre e mio nonno impazzivano per la passerella. E a noi piccoli anche piaceva molto vedere da vicino quelle ragazzone sorridenti, lucide di sudore e di paillettes che apparivano come fatine danzanti in fila, per sparire dopo un attimo dietro il tendone.

Dapporto, Vianello, Alberto Sordi, Macario, Garinei e Giovannini se fossero vivi e presidenti del consiglio di centro destra, potrebbero finire senza sforzo nei massicci tomi grigi dell’inquisizione boccassinica insieme a quelli del Bagaglino, figlio tardivo Mediaset proprio dell’antica Rivista (non va in onda per paura delle retate della buoncostume?).

Tra il Cav in sciarpa bianca impersonato dal compianto Lionello e il vero Cav, la differenza è minima. Uomo di spettacolo, prima di essere politico, ha conservato il suo teatrino ingenuamente goliardico, sorridente e senza malizia che tanto disturba le drammaturghe tragiche delle procure, per le quali il copione è uno solo: il regicidio d’un leader che nonostante tutto, sa ancora sorridere.

Lui, che ha i soldi, lo spettacolo con tanto di passerella se lo fa chez lui, con gli “amici suoi” di bischerate. E siccome recitar gli piace ogni tanto improvvisa un numero alla Totò che fa strapanzare gli astanti e pure le ragazze. E’ il suo privato. Ed è anche un pezzo di storia d’Italia, provinciale e gioconda che andrebbe vincolata dalle Sovrintendenze, perché del tutto priva del “lei non sa chi sono io” che dalle procure, alla politica, al giornalismo, sta funestando la nostra società affogando la personalità nella massa.

Ma quale concussione! Io sono certa che con la storia della nipote di Mubarak, quella sera, “aquell’orailquestoreinquestura,” si saranno fatti tutti matte risate. E la faccenda si è risolta senza danno per nessuno.

Andando avanti di questo passo, sorridere sarà reato e ridere sarà proibito.E infatti sono tristi, e quanto! le pasionarie dell’inquisizione. Sembrano tutte dirci, a noi giocherelloni del centro destra: ”Ricordati che devi morire”.
E noi, come il grande Troisi:”mo me lo scrivo”.

Angela Piscitelli
16 febbraio 2011


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