NAPOLI PERDUTA

Tanto più certa la cognizione, quanto più fervente l’amore.
(Leonardo da Vinci)

Napoli: crolli a Riviera di Chiaia, incendi a Città della Scienza… Giuseppe Galasso, sul Corriere della Sera 5/3, lancia un allarme. Questo è importante. Finalmente la parola ritorna alla grande cultura. Dalla morte di Domenico Rea in poi, ha difeso Napoli una ʺculturaʺ che, gira e gira, sempre mandolino e spaghetti, se non centro sociale, è stata. Per comprendere la bellezza e l’importanza di Napoli, occorre infatti conoscere come è, ma qui il ʺcome èʺ include il ʺcome fuʺ -, anzi, principalmente e specialmente il come fu: questa è una città fatta se altre mai di cultura, e dunque di storia.

Intendiamoci, non sono tanto fesso da vantarmi d’una cultura che non ho. Di Napoli, io penso, possono parlare degnamente solo due tipi di persone: coloro che hanno cultura, ho detto, perché si ama molto quando si conosce a fondo; o quelli che sentono la nostalgia, il desiderio della cultura, che dunque la amano con l’inesauribile stupore di chi, come me, dopo quasi un secolo di dimestichezza la conosce ancora tanto poco. Io amo questo immenso ʺpalinsestoʺ per i suoi mille misteri che riesco solo a ʺpresentireʺ, talora ad intravvedere appena. E questo è poco, ma non è poco. Giochi di parole alla Wiesengrund Adorno? Sissignore.

Bando ai salamelecchi ipocriti: la città continua ad essere deturpata in modo vergognoso. È ormai quasi un immenso cadavere. Per due motivi, che sono due variazioni del solito tema: primo, i Napoletani non amano la loro città; secondo, l’amore autentico è fatto di cultura, o almeno di desiderio di cultura. La lista delle offese recate al bel volto è di lunghezza infinita: già una ventina di anni fa l’opuscolo Furti d’arte a Napoli elencava un disastro: migliaia di casi, centinaia di fotografie.

Una lista!? Impossibile. Chi come me, ripeto ancora, ama perché è abbagliato dal poco che sa, ma che è già abbastanza, può solo lanciare disperate e disordinate accuse, denunce, richieste di aiuto.

ʺDove sono le nevi dell’anno scorso?” Dove, la Chiesa gotica della Maddalena e il suo pergolato, a via Mancini, descritta con tanto amore da Croce, e distrutta con imbecille indifferenza dalla cricca Lauro/Ottieri? Dove piazza Mercato scomparsa per elisione del bellissimo anfiteatro aperto sul mare, una delle piazze più interessanti d’Italia, ora oppressa dal gigantesco palazzo Ottieri e martoriata dalla microcriminalità e macroinciviltà d’un popolo di camorristi che ha divelto tutte le bianche sculture di pietra dalle nere cornici di basalto delle straordinarie fontane? Dove il lodato Palazzo Marigliano, anche lui bianco/nero, oggi ridotto ad un orribile rudere color d’escremento? Dove, le due sfingi che a Spaccanapoli il vecchio Nilo strigeva amorevole nell’ansa del braccio sinistro? Dove, il lungo casolare di via Terracina, vero ʺsogno di poetaʺ dal cui tetto il Vardiello di Basile avrebbe ancora potuto far piovere la sua pioggia di fichi secchi? Dove, il mirabolante monastero di Sant’Eframo Vecchio, drammatica mole ʺoniricaʺ forata da aperture più fantastiche di quelle che ideava il consigliere Crespel di Hoffmann, ora ʺnormalizzatoʺ con finestre a distanze regolari, cinte di alluminio anodizzato da qualche branco di geometri idioti? Dove la stupenda Torre Ranieri trasformata, consule il saccente sindaco Valenzi col consiglio di esteti approssimativi, in una falsa torre fiesolana con tanto di bucranio sulla porta? Dove, i cancelli in ferro della Villa Reale, ancora quelli originali penso, sostituiti in epoca Bassolino (quello della…ʺrinascitaʺ!) con porcherie a forma di missili che fanno ridere i turisti che giungono (sempre più radi) sulla riva amata da Goethe, Stendhal, Dumas, per ammirare oggi la stolida, misera parodia d’una base di lancio per missili? Dove, la chiesa di Santa Maria Vertecoeli ai Tribunali, ora sbreccato e sventrato contenitore d’una struttura ENEL? Dove, il patrimonio di statue cittadine (di pregio: bastava paragonarlo ai monotoni sgorbi napoleonici di Parigi) che ora, privati i personaggi di teste e braccia, talora solo di dita in mancanza di meglio, altro non è che una macabra-ridicola accolta di amputati di pietra? Dove, l’eleganza dell’arco del Laurana al Maschio angioino che, sabbiato e lustrato a nuovo, sembra ora un monumento a eterna lode del sapone di Marsiglia? Dove, le minaci muraglie di Castel Sant’Elmo ora ʺperforateʺ (‘sic!) con arconi senza senso -, era forse la macchina da guerra più bella d’Europa, simile ad un immenso uccellaccio nero appollaiato sulla città -; oggi simile ad una colossale fetta di gruviera annerita, deforme belvedere per turisti abbastanza fessi da inerpicarvisi? Dove, le meravigliose 40 o 45 tombe dei re aragonesi, a San Domenico maggiore, bauli intatti in cui dormivano spoglie ancora rivestite con costumi del tempo, c’era persino lo spadino nero ora trafugato del marchese di Pescara…, rimodernate con vera idiozia uso ʺcentro socialeʺ mediante falsi broccati toscani, e contenenti fantocci tipo ʺRinascenteʺ, privi di storia e d’ogni intreresse sia artistico che documentario? Dove, a San Giovanni a Carbonara, lo stupendo pavimento in maiolica bianco-blu e pietra vesuviana, tipico della Napoli antica, ora scalpellato via e sostituito da uno stolido suolo di cotto industriale? Dove, dove… Del resto, ovunque s’è messo mano per ʺrestaurareʺ, si è deturpato, probabilmente per far quattrini, per vendere a capibastone camorristi statue e frammenti.

Perché sí, ficcatevelo bene in mente, Napoli, con le sue 300 chiese che il Galante elenca ansimando, con i suoi cimelî e monumenti greci, romani, bizantini, angioini, aragonesi, borbonici etc. etc. era, e ancora resta benché mutila, insozzata e offesa, forse la più bella, certo la più interessante e misteriosa città d’Europa.

Dei musei penso il peggio. Non li rivisito da anni, ma da una visita d’un anno fa alla raccolta di statue di piazza Cavour, una delle più ricche e importanti d’Europa, mi resta un mesto ricordo di polvere e di immondizia, sezioni chiuse, incuria persino nei residui cartellini didattici… Avvilimento, malinconia d’un mondo che fu di Vico, di Genovesi, di Croce, ora perduto per sempre.

Io temo, fortemente temo, anzi tragicamente so, che Sgarbi aveva ragioni da vendere quando tempo fa disse: ʺNapoli ormai è una città perdutaʺ. Solo ripetere queste parole fa fremere chiunque abbia a cuore le sorti della nostra civiltà.

Altro che Riviera di Chiaia, falda termale e via Coroglio! Napoli, in pericolo gravissimo dal dopoguerra, ormai va a picco. Le cause? Naturalmente le solite: disamministrazione, ruberie, indifferenza. Ma vi sono gravissime cause sociologiche, di cui nessuno parla, che tutti conoscono. Eccone una parte:

Un popolo lasciato a bollire nella miseria, e nella propria camorra, per anni, adulato da una Sinistra stolida, popolo ora difficile da rieducare. E dire che le vecchie virtù di tanto in tanto ancora riaffiorano: in mie recenti prospezioni tra queste rovine d’una città in rovina, solo gente del popolo, qui o là, mi si è avvicinata per unire ai miei i suoi lamenti: ʺSignuri’, aíte vist’ ch’hanne fatte accà!”, mi ha detto con voce piangente, innanzi agli sminuzzati resti delle mura greche di piazza Bellini, ad esempio, un tale che aveva l’aspetto d’un pezzente affamato. E alcune donne del popolo,: ʺVedíte, vedíte che schifezze!”, ʺHanno scassate tutte cose!” Gli altri, borghesi e nobiluomini, tutti: silenzio.

Una borghesia, infoltita da sguaiate immigrazioni di bellimbusti dall’entroterra, oggi del tutto incolta, forse rassegnata, certo d’una inciviltà verognosa. Se ne vanno a giocare a scopone nelle ʺtavernette-barʺ a casa d’amici, i più eleganti scivolano nei famosi ʺcircoli nauticiʺ dei quali il tacere è bello. Il famigerato bridge! Non una luce d’idea, non un fremito d’arte, non un ricordo di storia, non una nostalgia di verità perdute. Ci sono naturalmente Napoletani di qualità ottima, ma si nascondono. Hanno preso paura (questa la vecchia tesi, in parte assai vera, di La Capria). Tempo fa un mio amico spagnolo, ottimista, si mise a dipingere lungo via Partenope. Fu aggredito da lazzaroni: ʺUé, ma che te crir’é fà!?”. Con un amico russo che vive in Francia, rischiai di brutto in una visita alla Sanità: avevano notato ʺlo stranieroʺ contemplativo, ci circondarono, gli volevano strappare l’orologio. Un terzo amico, indigeno questo, col quale lamentavo lo stato pezzentesco delle belle mura trecentesche di via Rosaroll, m’ha detto: ʺE statte zitte, ccà ce vàttono pure!”… Un po’ fuori mano, a Vietri, un muratore trovò un mosaico romano. Mi propose di vendermelo: ʺQuanto ne volete, due tre chili?” L’aveva sminuzzato a granella, il disgraziato, lo vendeva a peso, come fagioli. A Cimitile, in gruppo con amici stranieri, dovemmo scappare dagli scavi per evitare che un tale, evidentemene aduso alla cosa, ci pisciasse addosso attraverso un’inferriata. Orino’ sulle decorate mura. Sì, da noi sugli scavi greco-romano-cristiani si orina.

Completa questa bella sociologia meridionale la nobiltà, della quale s’è detto ch’è la più indifferente d’Europa, e anche peggio. I tempi di Ambrogio Caracciolo sono passati.

Sí, il problema di Napoli è sociologico. La città è affondata nell’incolta barbarie. Salvarla? Tra duecento anni, ovvero troppo tardi. Dopo una lunga, amorevole, lenta opera di recupero umano, di cervelli e di cuori. Umile ma prezioso recupero, sarebbe questo: sarebbe una ripresa del dovuto ma disperso amore. Una città immensa, perduta nel nulla imbecille, da capire di nuovo. Eccovi a disposizione una più importante ʺcittà della scienzaʺ!


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