CAUSA ED EFFETTO

In politica le cose non capitano per caso. Non cadono dall’alto come stazioni spaziali cinesi. In politica ad ogni azione corrisponde una conseguenza. Si può fare gli struzzi, si può raccontare che quanto stia capitando sia frutto di strane congiunzioni astrali, ed a volte è proprio così, perché la realtà è complessa ed ingarbugliata, ma più spesso chi parla di imprevedibilità delle cose lo fa per evitare gli vengano addebitate precise responsabilità politiche a determinate scelte. Poi ci sono quelli che, soprattutto di questi tempi, attribuiscono a delle precise conseguenze cause farlocche, con scopi pacchianamente autoassolutori.

Il popolo, quello che finalmente ha potuto votare – dopo che per anni l’Europa, l’Fmi, i Poteri Forti, il Bilderberg e i guatemaltechi ce lo impedivano -, inizia a rumoreggiare. Non è contento di vedere questi stucchevoli balletti e, in massima parte, ha individuato il problema: la legge elettorale. Studiata apposta per impaludare il Parlamento. Ovviamente spiegare che il Rosatellum non ha particolari responsabilità (né pregi), è inutile. Ci sono precisi studi e simulazioni al riguardo, ma leggere costa fatica. Meglio ripetere a pappagallo “piove, governo ladro”. Sicuramente le massonerie di Palazzo hanno preparato il trappolone.

Ovviamente non è colpa della legge elettorale, ma dell’assetto istituzionale. Dell’impossibilità di assegnare un premio di maggioranza, perché incostituzionale. Della differenza nel sistema elettorale, nonché della diversa base elettorale, che porta alla composizione di Camera e Senato.

La soluzione, sebbene non perfetta, l’abbiamo avuta nel 2016, ma il 60% degli elettori l’ha bocciata. Legittimamente, ma evidentemente meno consapevolmente, altrimenti oggi, quegli stessi elettori non si lamenterebbero. Era ovvio, e lo si è detto in tutte le salse, che la vittoria del “no” ci avrebbe condannato al proporzionale e al bicameralismo perfetto. E così è stato, perché come detto prima: in politica ad ogni causa corrisponde un effetto.

Non colpevolizzo gli elettori, nonostante quanto scritto sopra, perché questi non sono tutti costituzionalisti, esperti di assetti istituzionali, legislatori sgamati o semplicemente attenti osservatori della cosa pubblica. Gli elettori si fidano dei loro riferimenti politici e votano, in massima parte, di conseguenza. È a quest’ultimi invece – partiti e leader – cui si può e si deve chiedere conto delle loro scelte.

Le forze politiche che hanno appoggiato il “no” al referendum del 2016, evidentemente erano convinte fosse meglio il proporzionale, erano convinte fosse preferibile il bicameralismo paritario al monocameralismo. Meglio la prima Repubblica, di un cambiamento (seppur imperfetto).

Queste stesse forze politiche hanno vinto le elezioni e avendo preferito queste regole, si presume lo abbiano fatto con coscienza di causa, certi che questo assetto sarebbe stato migliore per il Paese, avrebbe garantito miglior rappresentanza, un governo più giusto, una migliore efficienza. Lo dimostrino. Presto. Il popolo già rumoreggia.

Altrimenti ci sarà il rischio di credere che le loro scelte siano state dettate da convenienze di parrocchia, dove si è preferita la palude alla governabilità. Perché nella palude si mangia merda, ma almeno si mangia.


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