REALPOLITIK

«Cosa vile e abietta è l’uomo, se non si eleva al di sopra dell’umanità.»
Seneca, Naturales quaestiones

Si deve parlare solo di cose in cui si ha competenza. Dunque noi possiamo parlare dell’Isis e delle batoste che Putin mena e che Obama non mena e non vorrebbe menare, perché abbiamo grande competenza nell’eventuale taglio delle nostre teste e nel desiderio di non farcele tagliare. Due competenze che, stranamente, Obama pare non abbia. Sí, perché è molto strano lo stile tiepido con il quale Obama parla dei tagliateste; è strano che, dopo tanto minacciare, dire e fare, non dica e faccia nulla di serio, e lasci che l’Isis spadroneggi.

Invece per Putin il passaggio dal dire al fare è durato sí e no mezzo secondo. Fosse questo il ritmo della politica dell’Occidente! Pensate a noi Italiani, ad esempio, al nostro ʺritmo-Tavʺ! Decidere di fare una guerra: mezzo secondo; decidere di fare un pertugio in una montagna: quasi mezzo secolo! Noi Italiani, ormai è chiaro, stiamo morendo di lentezza. Avremmo bisogno di rapidità d’azione, come si ha bisogno d’acqua in un deserto. Ma, tardigradi incorreggibili, solo adesso cominciamo a capire che sarebbe il caso di ʺfar prestoʺ. Quando? Forse dopodomani, non c’è fretta. È questa la verità; e dunque noi non siamo affatto degli ingenui presi all’improvviso dall’entusiasmo per Putin.

D’altro canto, di Obama è permesso pensare di tutto, ch’è un modo di dire ʺdi nienteʺ, visto che la sua presidenza non solo non ha combinato un bel nulla di buono, ma ha anche causato dei guai (circostanza tipica: a spese degli altri). Come!, non sa neppure tirare un ceffone a chi se lo merita? È più plausibile pensare che faccia, o non faccia, quello che fa, o non fa, per malintesa furberia piuttosto che per debolezza. Come al solito, gli Americani si comportano da pericolosi ingenui, per la pretesa di essere lungimiranti e furbi più degli altri. Questo statunitense ʺcomplesso del furbo scioccoʺ è ben noto a noi Europei (fu utile solo a Sarkozy, che se ne serví per fare ʺil galletto sull’immondiziaʺ).

In realtà, Obama senza batter ciglio lascia che l’Europa vada a male. Occorre felicitarsi del fatto che presto si leverà di mezzo lasciando il posto a Statunitensi più muscolosi e meno ʺfurbiʺ di lui. Una riprova della mentalità di Obama è data dalla questione Assad. Assad è quello che è. Ma i nemici dei miei nemici sono miei amici; e per il momento Assad è nostro amico più di quanto non sia il Califfo. Cosí come fu nostro amico Stalin, quando bisognava esser nemici di Hitler. Ma poi c’è la realpolitik, ovvero la politica (tutta la buona politica è realpolitik), quella che praticava Churchill e che Roosevelt non praticò. L’amico Stalin, subito dopo la vittoria, se il fosforo è fosforo e se l’intelligenza è intelligenza, doveva immediatamente diventare, o ridiventare, il nemico n.1 dell’Occidente. Se l’alleanza con Assad è solo una mossa di realpolitik utile per vincere l’Isis, a cose fatte sarebbe meno impolitico, e meno immorale, metter da parte Assad, piuttosto che sacrificare via via, come oggi si fa, migliaia e migliaia d’innocenti per favorire le idee confuse del ʺbuonʺ Obama. Sí, confuse: perché lui intende riconfermare l’egemonia sul Medioriente, ma dopo averlo abbandonato nelle grinfie dell’Isis. Proprio come vuol mantenere l’egemonia sull’Europa lasciando che, prima, la Merkel la faccia a pezzi.

In altre parole: il realizzarsi del disegno di Putin porta seco (è da immaginare rapidamente) la sconfitta dell’Isis; quello di Obama comporta invece l’eliminazione di Assad, e poi il lentissimo ʺimmaginario riassettoʺ (ʺall’americanaʺ) dei Paesi Arabi, l’aggravarsi della situazione di Israele, il persistere dell’Isis e insomma la riconferma in peggio dello status quo ante.

È ovvio che il common man italiano, ma anche quello europeo, se potessero votare, voterebbero toto corde per Putin. Della sonnolenza o paralisi politica provocata dallo sconnesso carrozzone Europa, e poi da Obama, nessuno ne puó più: la pacienza sfastiriata di cui dice l’adagio napoletano darebbe una risposta eloquente. Qui non si tratta di una riedizione del solito ʺFranza o Spagna, purché se magnaʺ -, ma di scelta politica oggettiva tra due non equivalenti progetti. Quello russo sarebbe – come già adesso – favorevole ai reali interessi di quelli che vogliono cambiar musica. Di più: cambiarla facendo presto. E, restringendo l’ipotesi alla sola Europa, decidete voi quali forze politiche europee, oggi, meritino un aiuto del genere. Anzi, cosa più interessante, quali NON lo meritino.

Dunque due panorami politico-esistenziali nettamente diversi. La nota dirimente sta nel modo di leggere il mutamento epocale prodottosi: alla obsoleta contrapposizione comunismo/capitalismo si è sostituita l’altra status quo ante/rinnovamento. Per motivi egemonici noti, Obama crede preferibile mantenere le cose cosí come stanno. Putin (e noi) vogliamo cambiarle. In Occidente la situazione generale, politica, sociale, economica, esistenziale, persino (ma forse anzitutto) etica, va facendosi invivibile. L’indistinta ʺumanitàʺ di cui parla Seneca, costituita di individui indiscernibili perché ʺsenza qualitàʺ, è una graveolente marea che ha inondato la scena portando seco un ideario il cui unico senso è: ʺsiamo massa e vogliamo restarloʺ. Sí, perché a questa marea si chiede solo… di consumare. Istruzione, miglioramenti sociali, applicazione della meritocrazia? Tutte chiacchiere.

Infine: non ne possiamo più non solo di ristrettezze, ma di panzane retoriche, di obbligo maniacale di occuparsi dei ʺdiversiʺ (ovviamente, per ʺnormalizzarliʺ: la martellante tiritera dello ʺstare insiemeʺ), di laicità obbligatoria, di ʺprovocazioneʺ e di ʺrisentimentoʺ gabellati per letteratura, di sottolineature megafoniche dell’ovvio (p.es.: la fissazione del terzo sesso, il quale va bene, ma parliamo anche d’altro per favore), di ʺarteʺ dal contenuto… perineale, di seriose discussioni sull’inutile, di visioni del mondo esclusivamente immanentistiche (mangiare, bere, riprodursi, e stop). Sono questi i belluini prodotti della moltitudine indifferenziata, ch’è il soggetto ora emergente. Occorre dunque un qualcosa che, in senso tecnico, sia una ʺrivoluzioneʺ. Una strana rivoluzione, il cui scopo sia ʺritornareʺ. Ritornare all’individuo: alle persone e alle cose libere e diverse, al recupero d’una visione costruttiva e intelligente della vita. A proposito: che significa l’attuale dilagante odio contro il Cristianesimo? È la sola religione che esorti a diffidare dell’esistente qual esso è. Meditiamo, gente.

La generale massificazione ha creato tali orrori, da generare per reazione una mondiale tendenza alla… nostalgia. Nostalgia che non sarebbe un arretramento. Tra vecchio e nuovo non corre un meccanico lineare aut-aut, ma piuttosto una continua ramificata necessità di selezione e di scelta, di conservazione e di scarto – quel che di norma avviene: il libero gioco tra tradizione e innovazione.

Rivoluzione come nostalgia: questo conservatorismo senza dande è probabilmente il senso della preferenza per Putin. Egli avrà anche gravi difetti, ma ha il pregio di esser l’unico che porti seco la prospettiva d’un cambiamento. Un cambiamento che è il solo possibile: un ritorno all’individuo. Come suggerisce il Seneca qui citato in esergo: un ritorno all’uomo. Diceva Kierkegaard: ʺuno vale più di milleʺ. E insomma, come suol dirsi, ʺsi stava meglio quando si stava peggioʺ.


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