UN PAPA PER GONFIARSI L’IO

ʺSono riuscita a uscire dal mio io; spero di non più rientrarciʺ
(Santa Caterina da Genova)

Con la solita spregiudicata acutezza, Giuliano Ferrara ha commentato le ʺsanteʺ parole del Papa. E non c’è molto da aggiungere. Oso solo qualche precisazione.

Confutare il relativismo è arduo – salta sempre su qualcuno ad accusare di relativismo la confutazione. E peggio va la cosa in campo morale: accusare di relativismo il senso morale è facile, anche se è idiota. A conti fatti, l’unico che sia riuscito a fregare i relativisti fu Emanuele Kant, col famoso ʺnon fare ad altri etc.”, che è una massima non facile da ʺrelativizzareʺ.

D’altra parte, la voga di Freud ci ha convinti che, prima di lui, la psiche fosse considerata una specie di indifferenziato contenitore. Ció non è affatto vero: basti pensare a un Plotino. La distinzione anima/spirito ha superato i secoli e oggi trionfa con Jung. La religione cattolica, più di altre fondata sulla convinzione che c’è un Io morale distinto da quello empirico (donde la sua ʺcomprensivaʺ elasticità morale), ammette sia l’in te ipsum redi di sant’Agostino che la frase di santa Caterina da Genova qui messa in esergo. Esistono un io pratico ed un io morale, che spesso sono in contraddizione? Poco male: la religione serve appunto a sopportare conflitti del genere.

Ad esempio oggi, in epoca di inflazione dell’io, si pensa che l’arte sia espressione della propria personalità, o addirittura una terapia (Herbert Read). Invece, il sentimento che la coscienza sia espressione di qualcosa di più profondo di quanto possa far sospettare la banale introspezione, è antico quanto la coscienza stessa. La concezione dell’arte come cosa acheiropoietica, ovvero ʺnon fatta da mano umanaʺ (suggerita inizialmente dall’iconografia religiosa), fu appunto prodotta da tale severa concezione morale (ed estetica).

Chi vuole, sa che, se l’arte minore è solo documento, la grande arte fa puttosto pensare ad una rivelazione. L’artista, in ruolo quasi ʺsciamanicoʺ, è grande se sa far posto alla ʺvoceʺ. Dante: ʺI’ mi son un che quando Amor mi spira noto, ed a quel modo ch’e’ detta dentro, vo’ significandoʺ. Michelangelo, nella Sistina, ritrae se stesso (dunque il suo ʺioʺ) come una pelle vuota che pende dalla mano di san Bartolomeo. Proust confessa la non importanza dell’io empirico nella famosa lettera a Pierre Lafue; e ancor più nella Recherche, commentando la morte di Bergotte. Ancora ʺrivelazioneʺ si fa l’arte in Senilità di Svevo; nell’Uomo senza qualità di Musil; nella stupenda definizione che Broch ne I sonnambuli dà dell’amore, della verità, del sentimento della bellezza… Si potrebbe continuare per ore. Kafka, Martin du Gard… Poesia, Bontà, Verità concepite come capacità di accogliere il vero in un ʺvuotoʺ conseguito dalla coscienza (chenosi), non solo presso un san Giovanni della Croce o altri mistici. Miguel de Unamuno ne fa una generale teoria estetica, atta ad es. a comprendere il senso del Chisciotte, teoria – pare – suggerita dallo stesso Cervantes nel Viaje al Parnaso. Di questa visione dell’arte e del pensiero che supera il banale livello dell’autobiografismo vi sono innumerevoli esempi… Come non pensare ai grandi pensatori e romanzieri d’ogni tempo, ad es. a un Dostoevskij?

Io ho avuto il privilegio di essere amico d’un pittore, Ramón Gaya, la cui importanza è sottolineata dal fatto che a Murcia gli fu dedicato in vita un museo. Egli teorizzava espressamente una pittura che quasi giunge a rasentare l’inesprimibile, avvalendosi appunto di una sensibilità ʺconcavaʺ, vera e propria chenosi i cui straordinari frutti sono leggibili nelle sue vibratili tele.

Meditando su queste umane glorie del sentire, meditare, fare, tornano alla mente le parole della Lettera ai Galati di san Paolo: nostrum agere est pati Deum in nobis operantem. Ma qui mi fermo, non vorrei che qualcuno mi scambiasse per una sorta di bigotto travestito, o di messo parrocchiale.

Insomma: tutto questo per dire che quando il Papa parla di un Vero o di un Bene ʺcome ognuno li concepisceʺ, dice qualcosa di molto attuale solo perché molto banale e assai spregevole. C’era già abbastanza Scalfari-pensiero in giro.

Ferrara avverte: ma badate, il papa è gesuita, e i gesuiti sono maestri nel dire non dicendo, nel dire le cose a metà, o addirittura al contrario… E questo è vero. Ma è forse un ucronismo pensare che oggi, in clima mediatico, questo sistema non sia dannosissimo. Una cosa era dire la metà o il contrario del vero, diciamo cosí ʺda uomo a uomoʺ; un’altra è dirlo oggi che gli osceni, tremendi altoparlanti del conformismo trasformano in pseudo-verità ʺprovvisoriamente eterneʺ tutto e tutte le cose, e le volgarità, che si vogliano diffondere.

Forse il gesuitismo oggi è pericoloso, perché c’è un pubblico di beoti che beve tutto e, peggio, tutto assolutizza. In concreto: dopo aver dichiarato alla gente che tutto è relativo -, chi domani avrà la forza di farla recedere da una cosí comoda balla, da una concezione tanto scalfarianamente moscia e rassicurante?

E si dice che il Papa avvera il Concilio? Ah sí? Tanto peggio per il Concilio.


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