LA MALATTIA ITALIANA

Crisi a parte, il decadimento della vita nazionale è talmente grave, e in costante aumento, che vien da dire: basta lagne, non parliamone più.

Invece c’è sempre qualcosa di rilevante da aggiungere. Certo, accade quel ch’era facile prevedere: l’eccessivo deterioramento della realtà collettiva e del suo peculiare ʺidearioʺ ha poco alla volta generato un’atmostera irrespirabile. Il petrarchesco ʺbel voltoʺ dell’Italia, da noi tanto amato, ancora resiste, ma a stento, sotto le ingiurie del volgarissimo sentire e agire dei ʺnuoviʺ Italiani. E gli altri, i molti Italiani di buona qualità, soffrono, costretti a subire.

Anche a prescindere dallo stato di diritto, una società, mediante tradizioni e costumi civili, puó contribuire all’equilibrio tra libertà e interdizione, impedendo la degenerazione della prima in licenza. La nostra ʺmancanza di societàʺ, che lamentava Leopardi e che rilevano tanti osservatori esterni (James, Proust, Gregorovius, Taine, persino Sade…) ne è la dimostrazione a contrario.

Tutto tristemente chiaro. Ma c’è un ingrediente esiziale, generato dal pluridecennale protrarsi del negativo. Non so quando e come nacque il vizio plebeo di ridere di tutto, ma certo dall’assassinio di Craxi in poi la nostra decenza etica è scomparsa. Già Mani pulite – ce ne avvediamo ora, col rimorso ebete di chi si è fatto infinocchiare – fu una pagliacciata ideata per rimescolare le carte: si doveva far vincere le carte peggiori; gli USA – al solito – non furono lungimiranti, e alle sinistre conveniva comunque rovesciare il tavolo. Ed ora anche Berlusconi sta diventando un simbolo. Averlo tormentato per circa vent’anni senza concreti motivi giuridici è cosa di gravità non metabolizzabile. Sulla coazione a ripetere delle collettività bisognerebbe meditare molto. Chi urla: ʺbasta con Berlusconi; passiamo ad altro!” è uno sciocco che non sa quel che dice. Una mascalzonata nazionale resta ʺcoattivaʺ se non si tenta di emendarla o almeno prenderne integrale coscienza. In luogo di ció, un analfabeta che chiamano giudice ripercorre le ignobili gesta di Di Pietro mentre dai televisivi santuari perineali di Santoro ricominciano a partire menzogne sfrontate e lazzi da latrina. Di coscienze che abbiano tirato un poco il freno ce n’è stata una sola: la Lucia Annunziata -, che peró ora tace, forse stupita da quello che ingenuamente riterrà un errore da… scarsa eleganza!?

Su questo mare galleggia il Presidente Napolitano, con i suoi ridevoli ʺmonitiʺ e comicamente inani ʺbaluardiʺ. Morto di paura, ormai ció è chiaro, ha ʺottemperatoʺ lasciando che accadesse il peggio. Non poteva farci nulla? Non è vero; poteva dimettersi con alti lai, facendo esplodere uno scandalo. Invece fa l’eroe alla napoletana: strepita che bisogna provvedere subito al sovraffollamento delle carceri e, metti caso, a raddrizzare le gambe ai cani -, sicuro che nessuno ne farà mai nulla. E invece dove ci vorrebbe coraggio, come ad es. pretendere imperativamente che i giudici la finiscano di fare i torvi pagliacci, se ne sta zitto e finge distrazione. Questo si chiama nascondere la propria pusillanimità ed inutilità strepitando solo dove e quando è facile farlo.

E infine il Papa benedice ogni cosa. Ho letto sul ʺFoglioʺ: si puó criticare il Papa e tuttavia amarlo. E’ proprio il caso mio. Lo amo perché chi diàncine amare, se non lui, la Littizzetto? E poi perché amo il suo parente stretto, il Cristo. Ma il relativismo: quello, NO. Se le certezze interiori, maturate a forza di ʺguai passatiʺ, non sono considerate intoccabili, se ne vada a carte quarantotto anche il Papa. Non so se mi spiego. Ma ora pare si sia redento confermando l’esistenza di Satana. Dunque qualcosa di non relativo c’è: la nostra indecenza.

Quadro completo: ci sono persino la filosofia e la letteratura adatti. Garimberti copia testi altrui. Scalfari scrive vuotaggini stolte, e la sua ignoranza talmente crassa da risultare… pornografica – la cultura come atomismo citazionistico – fa venire la nostalgia del criterio di Vivant Denon (i famosi ʺlibri-che-si-leggono-con-una-sola-manoʺ). Il Cacciari, con pilatesca piccineria si lagna che gli rompano ancora le scatole con le faccende di Berlusconi, ma non dell’ingiustizia fatta (e ancora da fare) a Berlusconi! Ma è un filosofo, o un impiastro? Pazzia o fessaggine? E che dire dei vari stili di incazzatura latrante: lo stesso Scalfari, Dario Fo, Lerner, la De Gregorio… Che spettacolo da canile municipale! Aiutateci, abbiamo occhi stanchi e orecchie intronate… Aveva ragione Lautréamont: la vita è un’insonnia. Almeno la nostra.

Ma ripeto, qualcosa da dire ancora c’è. Ormai è strepitosamente chiaro che l’Italia, dopo decenni di disfacimento morale e di ʺincuria terapeuticaʺ, esibisce un vistoso carattere differenziale: parlo del cinismo, ch’è in mostruoso aumento. Simile ad un ʺbasso continuoʺ della cacofonia nazionale, esso aggiunge allo sfascio l’ingrediente tutto italiano del compiacimento. E di qui vien fuori la diagnosi decisiva: il nihilismo.

La sindrome del nihilismo, male plebeo, è precisamente questa: subire la ʺmalattia mortaleʺ di Kierkegaard (smarrire il senso dei valori) e poi compiacersene, riderne. Cosa ignobile, e patetica: perché forse nasconde il tentativo del debole di fingersi forte; del disarcionato, di essere ancora in sella.

Il volto di Satana è un ceffo di capra che ride.

Direte ancora: ma no, che dici; altro che ridere, gli Italiani oggi piangono! Certo, ma ride la nostra classe dirigente – che, vedi caso, è quasi tutta d’origine plebea. È lei quella che… ʺcontaʺ. Essa è come il catalizzatore della emetica sbobba. Se cambiasse, dopo un po’ cambierebbero il nostro rancio, e la musica.


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