PRESENTABILITÀ

Sí, è vero: insensibilmente, siamo scivolati dal pensiero marxista a quello della presentabilità: due utili discrimini, l’uno pseudofilosofico, l’altro piccoloborghese, due modi di seminare odio, di separare gli animi -, entrambi efficaci per tener viva la vecchia tradizione-vocazione italiana: non mai l’amor di patria (di una patria commovente, complessa, dalla sempre inaspettata personalità, meritevole di essere amata anche dal più gelido dei cuori) che ci tenga uniti, bensí una inguaribile faziosità che ci divida sempre e sempre, l’un contro l’altro armati (tra l’altro, con notevole vantaggio di pochi). Con la scusa che l’odio raddrizza i torti e esclude le ineguaglianze sociali. Naturalmente non è vero. È vera invece la vecchia antifona, l’Italiano vien fuori dal Colosseo, dai Comuni, e da tutto il resto, con tanto di bollo DOCG impresso da Dante, chi guelfo e chi ghibellino… Da noi, anche le lotte sindacali hanno carattere manicheo, quel Marx sí – Marx no che oggi, forse giunto al tramonto, sta per essere sostituito dalla ʺpresentabilitàʺ. Sarà una vera era nuova, molto chic!

Essere divisi: lo sfizio nazionale. Anche Berlusconi ha dato di cozzo contro questa infrenabile passione. La Annunziata, senza saperlo, lo ha detto chiaro e tondo: ʺsiete impresentabiliʺ: a fil di logica, ʺi presentabiliʺ stanno dalla parte opposta. Infatti: sono i gauchistes trombati dalla storia, affamati di vendetta. I conti tornano. Si tratta sempre, da secoli, di ʺgrattarsi la rognaʺ.

Da noi, in Molise, c’è un detto orribilmente esplicito: ʺNu’ scéme uómene de sfizieʺ = ʺnoi siamo uomini che vivono di sfizioʺ. Esempi: tipico ʺhome de sfizieʺ fu Scalfaro, il calabro-piemontese che sintetizzava e attizzava gli umori dello stivale. C’è l’imbarazzo della scelta. Femmena de sfizie è l’Annunziata. Un estratto di home de sfizie è Travaglio: nomen-omen: ʺviaggia e si rodeʺ per odio.

Dal dopoguerra, e scopertamente dal ’94, questo triste gioco si aggrava. Berlusconi è divetato la testa di turco, il capofila dei ʺnoʺ. Nulla può valere contro una talmente recisa utilità. La rogna prude. Lui ha fatto molte cose buone; altre non buone. Ma tutto questo non conta. L’importante è che sia impresentabile; la sinistra trombata deve grattarsi. Egli è usabilissimo per lo sfizie. Era una lettura facile: per questo noi non vedevamo con simpatia i duetti con Apicella, le cene con ʺquasi minorenniʺ (come con sublime ipocrisia sibila la presentabile Boccassini). Tutto quel che poteva essere letto come ʺimpresentabilitàʺ dai nuovi pacchiani sarebbe stato meglio evitarlo. Avremmo avuto una marea meno vasta di maestri di presentabilità, Saviano, Benigni etc.

Questa passione-strabismo ʺbipolareʺ (diagnosi di Nietzsche, di Ortega, di Raymond Aron) è un vecchio male incurabile, da noi divenuto una sete di vendetta implacabile. Esiste anche la cura, la prescrive la storia: ma è sconsigliabile, costa troppo sangue; e comunque, dopo adeguato periodo di latenza, la nostalgia emiplegica e il bisogno pacchiano di grattarsi l’anima riaffiorano. L’abbiamo già visto accadere. Un dopoguerra è definibile come lo heri dicebamus della rogna. E poi, pensateci: è solo tra pacchiani che l’eterna ʺgara a chi è meglioʺ sussiste. Coi motivi più vari e arbitrari: la TAV, l’eolico, il nucleare, i termovalorizzatori che a Napoli sono ʺdi destraʺ, come è invece ʺdi sinistraʺ gettare danaro dalla finestra a fiumi per inviare l’immondizia all’estero. Pietrangelo Buttafuoco, maestro della apparentemente pacata vis polemica alla Alfred Jarry, lo ha detto: la cosa prevale sul senso della cosa. Oggi Napolitano e Letta si trovano a combattere ancora e precisamente questo incurabile dualismo, e sarà questo a decidere di tutto: e se la ragionevolezza non vincerà la battaglia (e non la vincerà, perché i malanni dei giorni e dei mesi non possono vincere contro i malanni degli anni e dei secoli), tutto sarà da rifare. Questa fatica di Sisifo, questa tela di Penelope, viene di lontano e andrà lontano. Jung: la coscienza nulla può contro l’anima.

Ancora una sconfitta di Marx. In Italia il processo di democratizzazione ha coinciso con l’emergere della piccola borghesia e, dietro di essa, della plebe. Processo altrove già compiutosi in tempi che consentivano una sostituzione più sollecita e meno violenta delle dramatis personae. Da noi la nuova classe è giunta in ritardo, in rendez-vous col marxismo, che ne è risultato l’equivalente mentale. Il miscuglio, casualmente appropriato, involontariamente ʺfatto appostaʺ, ha generato un danno irreparabile: che ormai il plebeismo sia ʺper sempreʺ? Il diavolo fa come non fa Dio: prima li fa e poi li accoppia.

Che cosa volevano le classi subalterne? Ovvio: l’accesso al benessere, e questo va d’accordo con i nostri voti. Ma aspettate. Il marxismo erra sempre per eccesso, per residuale ʺilluminismoʺ: alle classi in ascesa occorreva non solo pane, ma anche ʺpennacchioʺ. Ed eccovi la ʺpresentabilitàʺ. La teoria marxiana del rispecchiamento venne incontro da sé a questa inarrestabile esigenza. Di qui la parodia della cultura: cultura molto comicamente intesa come proprietà privata delle classi superiori, conseguita mediante furto. Bastava appropriarsi di un bene fino ad allora precluso. Gli scimpanzé hanno infilato cilindro e ghette. Modi e linguaggio della plebe sono entrati nel recinto con violenza, ʺa sfizieʺ: lingua e letteratura pornografiche, estetica provocatoria (di che!?), ʺcanzonettaʺ prima e musica-rumore poi, pittura come contenutismo: celebrazione della classe montante, o puro arbitrio, a mo’ di vendetta; macchia casuale (altro che tachisme), espressionismo rivendicativo, estetica del mural invece che espressione; l’evento artistico in quanto ʺpienoʺ del programma politico anziché ʺvuotoʺ dell’arte, quella kenosi che significa riuscire a ʺlasciar spazioʺ per l’apparizione dell’autentico. San Paolo ai Galati: nostrum agere est pati deum in nobis operantem. Prima d’oggi, l’arte non era stata mai pensata come ʺespressione della propria personalitàʺ. Lo ʺspargimento d’animaʺ del filisteo. L’arte, dirà J.F. Revel, non è un Rorschach. E non è neppure sperma.

Dall’invenzione, etimologicamente intesa come ʺritrovamentoʺ, ʺscopertaʺ, le attività d’arte e culturali sono tornate verso l’esposizione del noto: esibizione del proprio io, autoterapie alla maniera di Herbert Read. Il che significa: contenutismo figurativo, o deliberato nullismo, in ogni caso: non-senso. Modi diversi per dire: ʺimmanentismo puroʺ. Lo ʺsfizieʺ ha compiuto la sua opera.

L’Annunziata sarà contenta? Non credo fino in fondo; nei suoi sguardi pare di cogliere un certo disorientamento; vi appaiono dubbi un po’ in anticipo sulle esigenze imposte dalla professione, ferreamente apologetiche, contenutistiche, docili al sottinteso e perpetuo ʺmanifestoʺ politico. Una Yeswoman un po’ triste, che dice sí a se stessa? Ma questo forse non lo sa neppure lei. Ancora Jung!


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