TRASCENDENZA

Ha una sensibilità trascendente chi sente la realtà tutta come qualcosa che manca di senso. Ciò ovviamente non significa necessariamente ʺmisticismoʺ, o timoroso tentativo di sottrarsi alla durezza dell’essere. Basta il terribile senso di vuoto che la vita troppo spesso ci infligge.

Dedico le presenti righe ad una constatazione che non è una esagerazione: oggi la realtà, specialmente in Italia io credo, ha finito col presentare una insensatezza talmente grave, che la necessità di una trascendenza si è fatta irrinunciabile. Finché la realtà aveva un senso, anche minimo, era giusto considerare la trascendenza solo come uno dei due possibili poli interpretativi del reale, ovvero come contraltare dell’immanenza. Adesso non più.

Esaminiamo in qual modo la necessaria trascendenza può irrompere nel nostro sentimento della vita. La ʺvia regiaʺ ovviamente è il senso della divinità. Dell’uomo religioso si può dire tutto il male che si vuole, riderne in tutti i modi possibili, ma non si può negare che egli sia al riparo, più di quanto non sia l’ateo, dall’assillo dell’orribile mancanza di senso della vita.

Ma, attenzione: con ciò non si vuol dire senz’altro che, senza Dio, non v’è trascendenza. Vi sono nell’esperienza della vita presenze vicarianti, che sostituiscono, forse solo mascherano, il senso del divino. E sono esse i cosiddetti valori, il bene (e con esso la carità, la pietà, la generosità…), il bello, il vero, il degno, l’amabile…, sì, proprio quei ʺvaloriʺ di cui oggi tanto si ride, e si è riso (ʺpensieroʺ di sinistra aiutando). I valori sono, per definizione, le realtà che sentiamo valere più di noi, e che pertanto possono servire da bussola alla nostra altrimenti umile esistenza. Valgono più di noi, ho detto: e infatti il senso della trascendenza ci fa ʺuscire fuor di noi stessiʺ. L’uomo che ami di amore vero una donna, o viceversa; l’uomo che combatta per la giustizia, o contro la miseria; l’artista che persegue la perfezione; colui che in un modo o nell’altro ricerchi ʺla veritàʺ, tutti costoro conducono finalmente una vita che ha ʺsensoʺ.

Il poeta spagnolo che, rivolgendosi alla donna amata, mise sulla carta quello che forse è il più bel verso del mondo: «junto a ti vida sería», disse con precisione una cosa vera: senza amore, egli non avrebbe più saputo uscir da se stesso, e pertanto la sua vita non avrebbe più avuto senso alcuno. E quando Hermann Broch, nel suo I sonnambuli, definisce l’amore ʺun modo di uscir fuori da se stessiʺ, dichiara chiaro e tondo la verità del valore. Così come ancora la dichiara santa Caterina da Genova (non ridete: essa esiste davvero, separata e distinta da quella di Siena) quando afferma: ʺSono finalmente uscita fuori dal mio io, e spero di non più rientrarciʺ, riferendosi all’amore di Dio.

Talora, ma non sempre, i valori dell’esistenza si sostengono l’un l’altro, direi trasversalmente. La canzone napoletana, nel suo piccolo, è ʺgrandeʺ e ricca di verità, perché tende ad esprimere questo sintomo dell’uscir fuori dal se stessi mediante il sostegno scambievole di valori diversi (l’amore e il bello), ch’è un segno aggiuntivo della trascendenza: ʺTi sento sorella e amata, quando al tramonto tutto prende il colore della violaʺ, oppure: ʺ…quando, di notte, la luna nuova stende sul mare una fascia d’argento…ʺ, o ancora: ʺ…quando era di maggioʺ.

Nota – Di questi collegamenti ʺtrasversaliʺ vi sono anche, come di tutte le verità, versioni comico-utilitaristiche: d’estate, sulla spiaggia di Bacoli, passa un gelataio che apostrofa i bagnanti come segue: «Vir’ o mare quann’è bell! / Accattàtev’ a grattatella!…» ʺIl mare è tanto bello, oggi, che non potete esentarvi dal comperare la granita”. (E, tra parentesi, qui vedete anche come i Napoletani siano tanto filosofi da riuscire ad esserlo anche ʺa rovescioʺ!)

Naturalmente, ça va sans dire, il senso religioso della vita è trascendente quando è, non quando è simulato. L’Italia è colma di ʺcattoliciʺ DC, cattolici di sinistra e compagnia cantante, che trascendono sì, ma in ribalderia e mascalzonaggine. Non è di questa puzzolente marmaglia che qui intendiamo parlare.

Tornando al tema, questo valore della trascendenza significa quanto segue: il nostro Io, senza il nutrimento del diverso, si fa negativo, distruttivo e autodistruttivo. Certo, anche qui occorre un grano di sale: in questo mondaccio cane, sopravvivere è talmente difficile, che una qualche cura dell’immanenza è indispensabile. Noi ben sappiamo, inversamente, che la trascendenza assoluta porterebbe alla morte; e insomma vorremmo soltanto che gli uomini si occupassero non solo di immanenza, alla maniera di Lusi, ma che lasciassero una parte della loro coscienza a disposizione del senso sacrale della vita.

La dicotomia tra vita trascendente e vita immanente esiste e come. Esistono gorilla, cinghiali, sciacalli, maiali e altre belve, e così esistono gran parte dei nostri politici, amministratori e burocrati, senatori e deputati. Dove mettere tutti costoro, se non nell’immenso immanente immondezzaio della gentaccia?

Bene, ma come definire in breve questa necessità di trascendersi? Nietzsche parla di autotrascendimento (Selbstüberwindung, dice: come tutti i Teutonici, ama spellarsi le tonsille), ed infatti della sua teoria del Superuomo può trarsi il ʺsenso minimoʺ di quanto andiamo dicendo. La vita nobile è efferenza, moto centrifugo; la vita volgare è afferenza, moto centripeto. Senza bisogno di sognare retoricamente uomini ʺsuperioriʺ, per illustrare questa bella, vera teoria, basta l’uomo degno, il gentiluomo o galantuomo che dir si voglia. Come dire che il superuomo è già tra noi, ed è l’uomo degno.

Notate che non è la prima volta che, per far propria una teoria, occorre sfrondarla dei suoi toni eccessivi. Nella sua splendida lettera VII Platone si avvede proprio di questo: si può pensare di affidare il governo della Polis ai filosofi (così nella Repubblica), certo; ma – aggiunge – il filosofo è àchrestos ed allókotos (ʺbizzarroʺ ed ʺinutileʺ, sic!), e per lui vero filosofo non è tanto l’uomo versato in filosofia, quanto l’uomo degno, il padre e marito esemplare che ʺnon viva alla maniera dei Sicilianiʺ. Su questa ʺmaniera alla sicilianaʺ, tra l’altro, occorrerebbe meditare a lungo: duemilacinquecento anni fa già esistevano le gravi pecche, gli intoppi che oggi ci fanno tanto penare! Sì, ripetiamolo: stiamo affogando in un mare di fango, in una compiaciuta sagra di materialità pura. I timori di Platone si sono espansi e spalmati sull’Italia tutta?

Ma poi ci vengono, forse per fortuna, anche pensieri positivi. Eccone alcuni. Ho dovuto fare giorni fa un viaggio tra le straordinarie regioni d”Italia. Sono stato costretto a ricordarmi della famosa opinione di Einstein: da giovane, l’illustre fisico fu lungamente a Pavia, come istitutore dei figli della famiglia Cantoni. E nei suoi scritti autobiografici segna la seguente opinione: la società dell’Italia del Nord è una delle più civili e umane del pianeta. Io, benché privo delle sue esimie frequentazioni, debbo dire la stessa cosa: ho riscoperto la dolcezza, la civiltà, la maturità umana degli Italiani, negli alberghi, nei negozi, negli ambienti universitari, negli uffici tutti che ho dovuto contattare. Ed ho notato quanto siano ormai avulsi dalla realtà i mass media italiani – giornali, riviste, libri, cinema e televisione, – e quanto lo siano anche le nostre ʺopereʺ: arte, urbanismo, letteratura: oggi, tutto ci parla con compiacimento di una attualità brutale, grossolana, violenta, ʺromanescaʺ nell’animo (non offendo qui i Romani veraci: che sono invece gente fine, ma oggi nascosta), parolacciara, pornografica, ʺafferenteʺ, priva di ogni senso di trascendenza. Di una vita che è perpetua digestione di beni materiali, lasagne e sesso, di costante assenza di scopi, di programmi, di speranze, di propositi.

Ed è vero: il proscenio è gremito di gentaccia del genere. Ma i mass media e la cosiddetta ʺarte contemporaneaʺ fanno da moltiplicatori d’opinione e, alla lunga, da modificatori della realtà. Ci hanno abituati a ʺsentirciʺ diversi, e ben peggiori di quel che siamo. Dobbiamo riscuoterci; non è vero che tutto, da noi, sia irreparabilmente immanenza pura. Ho contattato, in questi pochi giorni, gente per bene, ambienti raffinati persino, e meglio, nelle componenti popolari, realtà che i nostri apparati culturali e informativi non conoscono, o non vogliono conoscere.

Questo cupio dissolvi informativo, o sedicente culturale, è forse la più sciagurata minaccia della nostra società. Se continua così, rischiamo un collettivo ʺinfarto da menzogna organizzataʺ. E dobbiamo stare attenti alla nostra ʺpoliticaʺ che naturalmente tende a riflettere tutto questo fango: perché ha la brutta abitudine (ʺelettoralisticaʺ, ovviamente) di lusingare i peggiori.


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