ETICA SOCIALE

Qualche settimana fa ho scritto una nota nella quale lamentavo il fatto che gli aspetti positivi del carattere di noi Italiani, specie del Sud, vanno rapidamente sfaldandosi, al punto da apparire spesso più manchevoli di quelli degli immigrati dal Terzo Mondo. Gli immigrati, che ormai popolano (anche per il 1O%) molte nostre regioni, talora diventano quasi degli esempi di vita per noi indigeni.

Negli stessi giorni un lettore che segue con attenzione le questioni relative alle immigrazioni, e che giudica severamente la retorica buonista che specialmente a sinistra si usa fare prendendo spunto da esse, ha sottolineato ancora una volta che i metodi commerciali del Terzo Mondo, spesso truffaldini, rischiano, se non vi si porrà rimedio, di mandare a sfascio le nostre economie europee.

Tra i due tipi di rilievi non v’è, naturalmente, contraddizione: nei grandi gruppi umani, la contradditorietà dei comportamenti dei singoli, e delle singole fasce, è addirittura d’obbligo.

In ogni modo, c’è da fare in proposito un rilievo decisivo. Anche se della cosa non si parla, nel Capitale di Marx e in genere nella cultura di sinistra circola una convinzione sempre presente, anche se non espressamente dichiarata: le ingiustizie sociali incattiviscono gli uomini, li predispongono all’aggressione reciproca, alla insensibilità verso le sofferenze altrui, all’egoismo. Non per nulla viene teorizzata una ʺclasseʺ risanatrice, il proletariato, che, eliminando le ingiustizie, creerà l’ homo novus, quel soggetto rigenerato grazie al quale, infine, potrà fondarsi il ʺregno della libertàʺ.

E’ insomma innegabile che l’indispensabile pietra angolare della teoria marxiana, anche se non espressamente enunciata, è proprio questa: la miseria, l’ingiustizia, la prevaricazione guastano l’uomo, che di suo, altrimenti, sarebbe l’essere più mite del creato. E’ questa la vena teoretica che giunge a Marx da Rousseau. E, tra parentesi, è anche questa la certezza implicita che anima il meccanismo della ʺsovrastrutturaʺ: le comunità ʺpensanoʺ quel che la loro ʺbase economicaʺ suggerisce. Una ʺbaseʺ benefica genererà dunque pensieri benefici in una umanità benefica.

Le teorie contrarie (tali per puro realismo e/o corretta comprensione delle cose) a questo modo di vedere pullulano: cito a caso Croce, Popper, Kelsen (confusione tra ʺessereʺ e ʺdover essereʺ) etc. etc. In sostanza, non è affatto vero che l’uomo diventi ʺcattivoʺ, o magari ʺpeggioreʺ, solo a causa della sofferenza economica. Cosi’ come neppure è vero che per la medesima ragione diventi buono, o almeno migliore.

Intanto, è un fatto che la storia, specialmente quella recente e recentissima, s’è incaricata di smentire con estrema chiarezza gli ottimismi di sinistra, servendosi dell’irruzione sulla scena di quel bel pezzo da galera che sovente è il consumista. E’ ovvio che nelle faccende umane, ʺstoricheʺ, le leggi assolute, le leggi enunciate alla maniera matematica, non resistono o, meglio, non esistono. Ma le due opposte teorie (la miseria peggiora l’uomo / la miseria migliora l’uomo) sono entrambe vere solo parzialmente, per cosi’ dire, ovvero sono probabilistiche.

Oggi, il comportamento collettivo delle masse lascia prevalere grandiosamente la prima teoria, ovvero quella pessimistica. Si prenda l’esempio degli individui che popolano le nostre regioni. Si trattava di masse pervase da una morale semplice ma spesso retta; e poi c’era, e vigeva, ʺl’omaggio obliquo alla virtu’ʺ: colui che si comportava male cercava di trovare scuse ragionevoli che occultassero o giustificassero la malefatta. Questi stessi comportamenti ipocriti, dunque, dimostravano che nel petto del malfattore albergava, anche se trasgredita, la predominanza del positivo.

Esaminiamo oggi che cosa è stato di quei medesimi soggetti. Molto spesso il benessere, anche se incipiente, il ʺconsumo facileʺ, la brutale competizione suggerita da un’economia sempre più spietatamente concorrenziale, favoriscono il diffondersi nella mentalità collettiva del discredito di ogni atteggiamento che non sia prevaricante e materialmente vantaggioso. Hanno cosi’ accentuate il moltiplicarsi di persone dal comportamento negativo, che talora meritano senz’altro il nome di mascalzoni. Questo fatto è ed è stato vero, chiacchiere a parte (anche se, come dice Bloch, ʺcio’ che è non puo’ esser veroʺ. Il che significa: lo è, vero, purtroppo, perché anche il ʺnon essereʺ è).

Ma vediamo. Tutto cio’ significa, forse, che per migliorare il livello etico di una collettività, occorra somministrarle di nuovo forti dosi di arcigne proibizioni, e di sofferenza, di fame, di miseria? Evidentemente no; significa piuttosto che, quando in un gruppo umano rileviamo l’esistenza di un fatto frequente, e anche molto frequente, non dobbiamo per cio’ stesso trasformare tale fatto in ʺleggeʺ; ma tantomeno trasformare in legge il suo opposto.

Veniamo in breve alla pratica d’ogni giorno. Consumismo e facilità di accesso alle situazioni più piacevoli, o meno spiacevoli, dell’esistenza, hanno trasformato purtroppo in peggio gli abitanti delle grandi città; io posso additare ad esempio lo sfascio morale di Napoli. Vecchi proverbi: ʺMazze e panelle fanno i figli belliʺ; o convinzioni come quella che assicura: il giovane che ha ʺavuto ‘a mangiatoia vasciaʺ cresce storto, attestano quale fu la mentalità collettiva. Ma ora che questa è crollata, che fare? Non certo cercare di precipitare di nuovo la gente nelle sofferenze e negli stenti di una volta, ripristinando le ingiustizie sociali. Si tratta invece di intensificare l’opera di trasmissione dei valori civili (invertendo il dissennato andazzo oggi in uso: lode e ammirazione per la prevaricazione e la violenza, e qui non alludo solo ai mass media: tutti gli aspetti della vita oggi vi sono coinvolti) e di alimentare con assiduo sforzo una visione non grettamente immanente della vita. La trascendenza esiste, ed è qui, innanzi a noi, anche a prescindere dal magistero delle religioni.


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