MONTI: «VOGLIO CAMBIARE IL MODO DI VIVERE DEGLI ITALIANI»

Quando un pazzo sembra perfettamente ragionevole è gran tempo, credetemi, di mettergli la camicia di forza.
(Edgar Allan Poe)

Il professore di lingue morte si suicidò per parlare le lingue che sapeva.
(Leo Longanesi)

La neve è un’eccellente metafora per questi giorni bui. Ogni bruttura s’infila sotto la coltre ed il paesaggio si fa surreale: quei paesini assassinati dall’anarchia edilizia si rivestono di una pace antica dove i balconi sghimbesci, i pluritetti futuribili, l’alluminio anodizzato, spariscono sotto la bianca manna purificatrice. Certo, non riesce a far tacere i giornaloni, anzi, da loro un pretesto utilissimo per un cicaleccio meterologico-colpevolista. Ci voleva proprio, soprattutto perché l’argomento Schettino andava esaurendosi, il meteorite è caduto senza clamore e senza vittime, e zio Michè non ha rilasciato nemmeno un’intervistella per dire che il Concordia lo aveva affondato lui.

Brutta fine anche per Garibaldi, finito in uno spot Tim con una specie di madre che gli dà del suonato perché vuole unire l’Italia. Forse ha ragione lei, ma se penso che alcuni anni fa certi buontemponi delle Repubblica Serenissima furono sbattuti in galera per aver inalberato una bandiera secessionista, se tanto mi dà tanto il signor Tim meriterebbe la fucilazione per alto tradimento.

Siamo tutti un po’ fuori centro, prendiamo sberle da tutte le parti e guardiamo stupiti, ci hanno spiegato che siamo colpevoli e che d’ora in avanti la governante tedesca ci farà filar dritto.

In un paese dove anche gli alberi sono sotto accusa c’è solo un uomo che cammina sull’acqua, non capitombola nella neve, non fuma, non beve, non mangia, non compra fiori senza scontrino, non si macchia la cravatta, non si bagna, non alza il tono della voce, non abbassa il tono della voce, non s’imbufalisce, non si emoziona, non si preoccupa, non parcheggia, non prende la multa, non fa la fila alla posta. Trattasi del Presidente del Consiglio Mario Monti.

Il profilo è assai strambo: non corrisponde al nonno Mario delle letterine, piuttosto ad uno zio un po’ dogmatico, di quelli che li inviti a pranzo e dopo una educatissima lectio magistralis di culinaria, chiesto ed ottenuto il permesso di varcare la soglia della cucina, infilano con gesto sobrio quattro cucchiai di zucchero nello stracotto di maiale con eleganza innata che spegne perfino il labiale d’un tiepido dissenso. Cucchiaiata qui, cucchiaiata lì, lo zio Mario ogni giorno ne tira fuori una: quella di oggi, di marca American Express recita: “voglio cambiare il modo di vivere degli italiani”. A dire il vero si era capito. C’è chi fa a pezzi il Suv e lo mette in cantina aspettando tempi migliori, chi disdice la settimanucola bianca sopra il pizzo di montagna troppo vicino a Cortina, chi traveste il cane xxl in cugino peloso, chi coltiva patate sul balcone, chi consulta ogni giorno il redditometro aggiornato per sapere se sia sospetto comperare sei paia di mutandoni di lana per il marito di buona qualità. Il bombardamento mediatico è ininterrotto: “siete cattivi!”, “evasori!”. Il vespone giorni fa sul canone tivì ci ha fatto un megaspot porta a porta. Roba da seppellire il televisore con la calce e dimenticarlo. Intanto “fiocca la neve fiocca” e con quello che costa il gasolio c’è da giurare che si va verso l’ibernazione di massa: digiuni, colpevoli e congelati. Ma lui, Monti, non s’accorge di nulla, sembra Mario Marenco un po’ invecchiato, quello che faceva il corrispondente nelle trasmissioni di Arbore. E’ programmato per l’estero, lui quando sfoglia la margherita dice: “obama, non m’obama, obama, non m’obama” e tutti in estasi con l’aspersorio nella tastiera a celebrare il salvatore sobrio ed incontaminato di questo orribile guazzabuglio che si chiamava, un tempo, Italia.

Si svuotano le carceri e si dice, non senza qualche ragione, che è una misura civile, umanitaria. Sarà perché devono far posto ai poveri cristi che vanno a rubare la fettina al supermercato. Quelli che invece rubacchiano milioni di euri, possono convivialmente discutere se restituire una parte, un terzo, un quinto, ed il resto, argent de poche. I processi poi, quelli sono tutti per il Cav. Uno spot dice: “più tasse più servizi!” si potrebbe direttamente parafrasare: “più tasse, più processi per il Cav!”. La giustizia -per cosi’ dire – (Hahahaha! giustizia!) pure un servizio è. Come è pure un servizio – e che servizio! – quell’esercito di dipendenti pubblici, eletti, consulenti, commissioni dello stato elefante. Ma di questo non si parla. Lo zio saggio ha fatto sapere che d’ora in poi potranno accettare solo regali da 150 euri: utile informazione per i pericolosi evasori muniti di pensione minima. Vedremo poi – ma siamo assai pessimisti nella prognosi – se la speranza di costringere Palamara e tutti i palamari a pagare quando sbagliano, s’infrangerà sul muro di Palazzo Madama. I coccodrilli riservati a Scalfaro non presagiscono nulla di buono. È come se, per non disturbare zio Mario e la tranquillità degli eletti, sia scesa come lo Spirito Santo in tutte le coscienze dei notabili, la fiammella di un democristianismo redivivo e redivegeto. Anche il Cav sembra contagiato. Ma forse è solo rassegnazione. Certo, governare l’ Italia era difficile, la forchetta tra chi lavora e chi mangia è troppo divaricata, e siamo tutti un po’ cinici.

L’unica cosa certa sono gli spettacolari fondali del teatro: i paesaggi e i monumenti con cui tutti giocano a freccette: il resto tutto è relativo, compresa la democrazia (che è già cosa relativa in sè). Quando ci sveglieremo da questo sonno innaturale sarà forse troppo tardi. Il disordine creativo sarà annientato dall’ordine globale, gli individui, quelli che fecero l’Italia grande sul suol natio e all’estero, travolti nel tritacarne del rigorismo europeista. Resteranno i burocrati. Si salvi chi può.


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