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SCALFARI, ACCONTENTATI DEI SOLDI

Voleva far di sé un accorto politico, un’eminenza grigia, uno scrittore, un filosofo, un santo, un navigatore. Invece è riuscito soltanto a metter sù una prosperosa azienda commerciale, come un industre Italiano qualsiasi.

L’editoriale di Galli della Loggia del Corriere della Sera del lunedì scorso, molto interessante, è utile sia per valutare il tema trattato che per evidenziare il fosforo contenuto nei cervelli di alcuni commentatori. Tanto utile, che vale la pena di parlarne, anche se con ritardo.

Il tema è: lo «stato di emergenza» al quale con tutta evidenza intende rispondere la formazione dell’attuale governo Monti. Il Galli della Loggia rileva l’opinione espressa da Marco Olivetti su Avvenire: questo stato di emergenza ha chiamato ad «un ruolo eccezionale» il Presidente della Repubblica perché (negli ordinamenti di antica filiazione monarchica, quali sono i nostri ordinamenti europei) il Presidente della Repubblica è una «specie di motore di riserva» che, ove occorra, puo’ giungere «fino al punto di diventare una sorta di reggitore sussidiario del sistema». Ma – si chiede giustamente l’editorialista del Corriere – 1) quali sono le condizioni che rendono necessario il ricorso a questo “motore di riserva”? e – 2) chi verifica quando si producono tali condizioni? A queste domande nessuno dà chiare risposte. Mentre Galli ritiene che su tutto cio’ sia urgente far chiarezza.

Tra parentesi: è veramente senza un leggero velo d’ironia che Galli della Loggia si pone i due interrogativi di cui sopra? Giacché intorno ad essi («perché il motore di riserva?», e «quando metterlo in moto?») potrebbero dare utili chiarimenti, se interrogati, la Merkel e il suo staffiere Sarkozy). Comunque, dicevamo: far chiarezza. A questa auspicata chiarezza, invece, spesso si sostituisce la nebulosità o una imprecisa informazione, come dimostrano molti commenti attualmente apparsi sui giornali e nei media. Tra questi si distingue e primeggia l’interpretazione di Scalfari. Che sembra poter arricchire il novero delle «interpretazioni del tutto prive di fondamento e in sostanza assai pericolose», anche se Galli, col suo consueto tono misurato e cortese, sembra propendere verso questo giudizio solo indirettamente, con un tranquillo giro di parole.

Scalfari, nell’editoriale al quale si fa cenno, inizia il suo ragionamento servendosi di punti di vista discutibili, anche perché in realtà essi esprimono, neppure troppo copertamente, le sue preoccupazioni ormai costanti, qui emergenti tra le righe: l’evidente intenzione di tener ferma una netta differenziazione tra il governo Monti e il governo precedente; la preoccupata intenzione di non abbassare la guardia contro ogni possibile prospettiva di ritorno alla situazione di prima, la situazione berlusconiana tanto per intenderci, negando tra i due «governi» ogni continuità sia di contenuto che di forma (quando invece è proprio qui che stanno emergendo inquietanti rime!) A tale scopo, per placare tali sue preoccupazioni – che dunque, come è fin troppo ovvio, sono di natura né politica né economica, ma chiaramente «emotiva» -, Scalfari in buona sostanza afferma due cose.
La prima: «se ci sarà recessione, non ci sarà equità»: e cio’ perché, a suo dire, resterebbe solo «la progressività delle misure rigoristiche, che poi è un’equità assai impalpabile che scontenterà tutti» -, e questa affermazione è solo una bislacca excusatio non petita messa innanzi, addirittura in anticipo (!), allo scopo di parare i probabili scacchi cui Monti potrebbe, anzi già sembrerebbe, andare incontro. E poi: non è fuori luogo sbandierare opinioni tanto arbitrarie, per non dire, errate, in materia cosi’ dolente, delicata, difficile? Ma come! La progressività considerata, nientemeno, come «una equità assai impalpabile che scontenterà tutti»!? Donde ha tratto lo Scalfari un simile colpo di artiglieria?

La seconda poi vien fuori quando Scalfari, con severità significativamente eccessiva, a muso troppo duro, avverte che questo «non è affatto un governo provvisorio», un qualsiasi governo a carattere «commissariale», un governo che, una volta fatto ordine, «dovrà andarsene con i ringraziamenti della Nazione». E’ esso, invece, «un governo a pieno titolo», che dovrà governare «finché avrà la fiducia del Parlamento» (e qui con tutta evidenza l’impensierito Scalfari, senza avvedersene, comincia a fare un ragionamento di tipo scaramantico!) E, ancora non pago, rincara: fatta salva «la distinzione fondamentale tra Stato e Governo», «per una sorta di eterogenesi dei fini il Governo Monti sarà pronubo d’un nuovo rapporto tra partiti ed istituzioni…, espressione vera del popolo sovrano… I futuri governi siano sempre governi istituzionali che rispettano la maggioranza parlamentare ma la cui composizione sia decisa dal Capo dello Stato, come la Costituzione prescrive con estrema chiarezza», e non dai partiti, essendo questa distinzione tra Stato e Governo «una distinzione fondamentale che preserva l’essenza del governo-istituzione». Una distinzione forse disattesa, questa, ma da chi!? In verità, oggi tutti la ammettono volentieri; e qui Scalfari dà un esempio di superflua esortazione retorica, utile solo ad aggiungere fumo dove c’è ben poco arrosto.

Molto sensatamente invece si domanda Galli della Loggia: «come puo’ un Presidente della Repubblica che decide la composizione dei governi, ovvero che ne scelga i ministri, rappresentare l’unità nazionale?» A tale interrogativo Scalfari sembra rispondere affermativamente, ma poi non si diffonde su questa sua opinione superciliosamente asserita; la esprime come se si trattasse d’un mero uovo di Colombo. E ancora (qui viene il bello): come potrebbe il presidente del Consiglio avere maggiori poteri rispetto ai suoi ministri – come Scalfari vorrebbe -, una volta che tali ministri, anziché scelti dal premier, fossero designati nientemeno che dal Capo dello Stato!? E Galli della Loggia si chiede, a modo di conclusione: in un paese democratico ci sarebbe dunque posto per modifiche della Carta Costituzionale attraverso vie surrettiziamente interpretative, forzando a piacere il testo della medesima!?

Un mio amico critico d’arte, di cui non faccio il nome, sostiene una tesi che a me sembra assai acuta: non è tecnicamente possibile, neppure al cattivo artista, non esprimere nulla: giacché tale artista, non esprimendo nulla, esprime appunto il fatto di non sapersi esprimere. Infatti l’inespressività, come la stupidaggine, l’impotenza creativa ed altre note negative, non sono un negativo essere niente, sono piuttosto un positivo cattivo modo d’essere. Esprimersi male, o stupidamente, non è affatto un tacere.

Mutatis mutandis, il caso di Scalfari corrisponde a questo ragionamento. Egli semplicemente intoppa in un tipico caso di involontaria «eterogenesi dei fini». Forse addirittura in buona fede, crede di condurre una ragionata critica contro coloro che dissentono dal Governo Monti e contro i nostalgici dei governo Berlusconi. Nulla di cio’. Le sue opinioni, di cui qui sopra abbiamo tentato di dare un breve resoconto anche avvalendoci di pareri accennati da attenti analisti, anziché convinzioni «politiche» esprimono o luoghi comuni e uova di Colombo, o superflue esortazioni retoriche, o interpetazioni alquanto «personalizzate» di dettati costituzionali…

Ripeto: lungi dal costituire commenti politici, sia pure imprecisi, queste opinioni con precisione notevolissima esprimono sintomi relativi allo stato dei suoi umori personali: disappunto nel constatare che il Governo Monti non si va rivelando cio’ che lui Scalfari sperava; rabbia di dover ammettere che il pubblico dei votanti sta di nuovo girandosi dalla parte opposta a quella da lui preconizzata; preoccupazione che il detestato Cav. possa nuovamente apparire, prima all’orizzonte e poi non si sa ancora dove, pronto a turbare i suoi sonni; e insomma lo sconcerto proprio a chi aveva creduto di tenere il coniglio per le orecchie ma che ora se lo vede sfuggire di nuovo dalle mani…

Nolens volens, Eugenio Scalfari deve mandar giù i seguenti rospi: il pubblico degli elettori non è affatto sensibile alle sue opinioni più di quanto sia alle tristi novità internazionali; tutti vedono che il Pd, nella persona della sghignazzante «mosca cocchiera» Bersani, è allo stremo; tutti sanno che brave persone e «moscerini cocchieri» quali Franceschini e Bindi, ad esempio, appaiono di giorno in giorno meno baldanzose e motivate; ognuno vede che persino il «prezzemolo» Di Pietro non sa più quale pappagallo avvelenare, etc. etc. (Delizioso e sublime, poi, lo spettacolo di ex-comunisti che, pur di obliterare il Berlusconi, sostengono urlanti tesi sfacciatamente «di destra»!) E infine, tutti e ciascuno constatano che, da quando il Cav. si è accortamente dileguato, la nazione ha perso l’aire; le speranze languono, le prospettive si appannano, e la realtà del quotidiano, che certo era dura anche prima, va facendosi grigia come un irreparabile destino. Nei casi migliori, mestamente si sbadiglia e ci si gratta. Lungi da noi l’idea di fare del Cav. una specie di san Luigi. Molto semplicemente: egli aveva lo stesso modo di sperare di noi Italiani: e se era un brutto modo, peggio per noi, per loro, e per lui. Ma era cosi’.

Somma delle somme, Scalfari ben vede, o se non vede, si sforzi: vedrà, che anche questa volta ha sbagliato il colpo. Finora, dai tempi del Mussolini, non glie ne è andata bene una. Voleva far di sé un accorto politico, un’eminenza grigia, uno scrittore, un filosofo, un santo, un navigatore. Invece è riuscito soltanto a metter su una prosperosa azienda commerciale, come un industre Italiano qualsiasi. Molto bene; eppure a lui non basta. Ma «Ciàpa i soldi!» e lascia perdere, come diceva un merciaio veneto.


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