MARX E MARXISMO – di Leonardo Cammarano

Molto sinceramene, ammiro e invidio la conoscenza dei testi di cui in tema di marxismo dà prova Giuseppe De Bellis, e condivido gran parte dei suoi rilievi. Ma a mio modesto avviso il punto saliente del riesame del fu-marxismo e degli annessi e connessi “pensatori quaquaraqua”, o “lumpenpensatori”, come egli giustamente li chiama, non è quello che egli prospetta. Bisogna guardarsi da quello che chiamerei “l’errore anticlericale”: dico, giudicare il marxismo a partire da Marx o da Engels ovviamente sta bene; ma esagerare su questa strada sarebbe come giudicare il Cristianesimo dai comportamenti dei suoi preti: di Marx, di Engels e dei preti cristiani, in fin dei conti, non potrebbe importare di meno a nessuno. Voglio dire che i costumi sessuali di Paolo III°, estremamente sconci, non confutano affatto il venerabile messaggio di Cristo. E’ caratteristica propria, e consolante, del pensiero, e dunque dei pensieri e delle teorie, quella di distaccarsi da coloro stessi che li pensarono; figurarsi poi da coloro che tentarono o tentano di ripensarli. D’altra parte è anche assai probabile che il “lascito” di Marx fu, e resta, assai diverso da quel che Marx medesimo penso’.

Poiché tutti hanno diritto di spiattellare la propria opinione, io qui spiattello la mia, non del tutto futile, forse, perché formatasi nel corso delle mie noiose, prolungate ruminazioni. Ebbene, io penso che il Marx good sia quello giovanile, quello della “alienazione”. Il resto lo lascio giudicare al buon Dio, che è giudice severo, poveri noi.
E’ noto che, qualità a parte, le teorie filosofiche possono essere valutate in tre diversi modi: si puo’ apprezzarne la maggiore o minore comprensione della realtà (loro valore di verità), o anche le sole rime interne (valore di coerenza: di solito, segno di scarsa qualità, perché la coerenza filosofica deve venire solo per ultima) – come faceva nei confronti del marxismo il marxista vietnamita Tran Duc Thao, sbeffeggiato da Jean-François Revel -; o infine il loro valore filologico se si tratta di teorie a commento di altre teorie. Ma questo terzo punto è più rilevante di quanto possa credersi, se è vero, come penso sia vero, che ogni teoria filosofica che abbia qualche concreto valore sia necessariamente (come sostiene Walter Benjamin) continuazione o commento d’una teoria previa.

Bene, De Bellis si occupa di questa terza via, ed infatti è ben vero, ed è giusto, che bisogna pretendere che chi si proclama marxista cerchi di seguire le teorie di Marx anziché sballare fesserie. Ma anche vero è che, riferimento o non riferimento, l’idea cui ci si riferisce dovrebbe essere degna di riesame e dunque di suscitare un legittimo rinnovato interesse.

Tutto cio’ significa anche che io sommessamente propongo una quarta via: esaminare quanto una teoria che non sia stata compresa sia degna di esser compresa. Resta sempre il dubbio, che la categoria “quaquaraqua” sia valida anche a monte, e colpisca non solo il seguace ma anche l’iniziatore. In questo errore di “confutazione superflua” sono cadute anche menti di prim’ordine, come quella di Lucio Colletti, a mio avviso il solo, o quasi, marxista e poi semimarxista e infine non-marxista serio prodotto in Italia. Il Colletti infatti, in una sua intervista a Perry Anderson se non erro, si dà a confutare con ricchezza di acume la “dialettica” marxiana e i seguaci della medesima, ma prima di far cio’ nega recisamente il valore di ogni dialettica… Sarebbe bastato, invece, rifarsi al Croce, che già da tempo aveva dimostrato che la dialettica triadica ha luogo solo tra “opposti”, e che tutta le altre sue applicazioni, compresa ovviamente anzitutto quella engelsiana, non valgono un bel nulla. Come dire che la dialettica triadica indiscriminata puo’ applicarsi solo e soltanto nelle fiere paesane, dove impera la mazurka (tralascio qualche “cavatina” di Giuseppe Verdi).

E’ certo che per Marx la borghesia fu una classe preziosa, perché fu per lui l’insostituibile lievito e il detonatore della rivoluzione. Ma questo nella testa di Marx: perché in concreto, a dirla schietta, a parte le ecatombi, le guerre e gli eccidî e genocidi vari, la rivoluzione vera, la rivoluzione quale Marx l’intendeva, non c’è ancora stata, e tutto fa ritenere che non ci sarà neppure nei prossimi trecento o tremila anni. Giustamente de Bellis afferma che Marx non sospetto’ che il capitalismo avrebbe avuto una formidabile ripresa come “corporativismo in combutta con lo Stato”. La borghesia capitalistica galleggia sovrana come e più di prima, serenamente assisa sui suoi capitali. Forse essa è una classe da conservare e anzi, da corroborare e rinforzare (magari coll’aiuto di Bismarck), affinché svolga fino in fondo e con violenza la sua azione prima revulsiva e poi rivoluzionaria? Ma… sognare è utile? Forse si’. E per sognare una forte dose di “dogmatismo” è indispensabile.

Ora, fare la “psicologia della filosofia” è esercitare una disciplina che ha sugo (vedi ad es. Cioran), ma sempre un po’ meno di quanto poi ci si aspetti; e Marx stesso, Nietzsche, indi Freud, hanno dimostrato, senza volerlo, che “il martello” funziona sί, ma solo fino ad un certo punto. Si puo’ addurre ad esempio di cio’ proprio la filosofia dello stesso Marx: una filosofia suggerita con tutta evidenza, dallo sdegno e, meglio detto, dalla rabbia, che resta perpetuamente iraconda e che, ad ogni rilettura, lascia un ineliminabile sapore di vendetta. Ma cio’ ammesso, non è da credere che le analisi marxiane ne siano state invalidate. Non è detto che uno stato d’animo iracondo sia solo accecante. Nel classico caso di Giovenale, ad esempio, fu invece utile ad acuire lo sguardo. Marx mostrerebbe un “cinismo di facciata”? Ma sί, come no!

Marxianamente il proletariato, in quanto “classe rivoluzionaria”, ha in sé i presupposti necessarî a riunire, e ricompattare in unico impeto, tutte le divergenti forze…etc.; ma poiché non si è ancora riunito o ricompattato un bel nulla, ed anzi le componenti sociali, come al solito, “si riuniscono” sempre assai poco, si pone con urgenza la seguente domanda: quanto vale il (pseudo) concetto di classe rivoluzionaria?
Ancora: è vero, o non lo è – o magari non lo è più -, che la storia ha un suo senso, e pertanto esercita su di noi e sulle nostre faccende un trascinamento che va proprio in questo suo senso? E se cosi’ è, occorre assecondare questo trascinamento, o esso è automatico, indipendente da ogni nostro sforzo, positivo o negativo che sia? O magari occorrerebbe renderne più difficile l’avveramento di modo che, secondo la marxiana implicita iraconda legge del tant pis tant mieux, la storia possa in seguito trascinarci nel senso giusto con reduplicata energia? E’ permesso bestemmiare di tanto in tanto? Io oso farlo: vuoi vedere che, se i tempi avessero coinciso, Marx avrebbe salutato Hitler come l’arci-lievito di tutti i lieviti?

E poi, precisando ancora: la storia, e la “sua” rivoluzione, hanno bisogno dell’aiuto della sovrastruttura oppure, come parrebbe secondo teoria, bastano ampiamente a se stesse? Detto meglio: lo sviluppo della struttura è senz’altro un processo strutturale, o ha bisogno della collaborazione della sovrastruttura? Grandiosa, sconvolgente domanda! Domanda di grande momento, questa! Perché, nel secondo caso, struttura e sovrastruttura confluirebbero senz’altro in unica forza storica, e del marxismo si potrebbe – cio’ che Dio tolga! – fare addirittura a meno. Marx sembra optare per la prima soluzione: la struttura fa tutto da sé, e basta. Ma gli apporti di Lenin (le avanguardie rivoluzionarie) e di Gramsci (gli intellettuali organici) farebbero invece sospettare che Marx sia stato ottimista, e che della spintarella sovrastrutturale si senti’ presto la mancanza: voglio dire che la si senti’ e come!

Insomma, per farla breve: Machiavelli sί, o Machiavelli no?

Era Marx un dogmatico? Difficile rispondere, perché egli credeva fermamente di aver scoperto la verace legge della storia. Quando si puo’, si è dogmatici volentieri.
Tutte queste domande, ed altre trenta che non faccio per brevità, fanno venire un dubbio tormentoso: vuoi vedere che anche Marx ed Engels erano di qualità “quaquaraqua”!? O almeno “quaquarallà”? Qui gli stracci cominciano a volare!

E’ vero che “il pensiero di sinistra” è ormai nelle mani di “lumpenintellettuali” più e peggio di quanto non siano, se esistono, quello “di centro” e quello “di destra”. Ma cio’ dipende solo in parte da cattiva comprensione dei testi di Marx. Il marxismo ha avuto l’infortunio grave di incappare in se stesso, ovvero nella teoria della sovrastruttura. Orbene, questa teoria è parte integrante di quella che potremmo definire la “Philosophia perennis” degli straccioni, intellettuali o meno, di tutti i tempi. Esempi: tolta la base economica, il resto sono tutte belle chiacchiere; la fede in Dio è oppio, vacci tu a pregare, io me ne vado in trattoria; pensa come magni”; carmina non dant panem; etc. etc. Questo modo di pensare (?) è tipicamente… borghese. Forse il marxismo fu l’autocoscienza della borghesia.

Si potrebbe continuare per chilometri. Io, per me, percorro la strada opposta a quella della Scuola di Francoforte, che privilegio’ la teoria della sovrastruttura facendone il dizionario di lettura della realtà contemporanea. Ben al contrario, la “sovrastruttura” è il punto debole del marxismo. Torno ancora una volta a Croce, che aveva il grandissimo merito della sobrietà: le teorie economiche di Marx (caduta tendenziale del saggio di profitto; composizione organica del capitale; genesi del “valore”; etc. etc.) sono ben lungi dall’essersi avverate. Cio’ che del marxismo vale, invece, è l’energico richiamo alla necessità di provvedere alla giustizia sociale. Primum vivere, deinde etc.: sί, ma solo in questo preciso senso.

Tutto questo per dire che De Bellis ha ragione, ma ha ragione anche un po’ più in là di quanto egli forse pensi. Difficile farsi esatti filologi, in un simile ginepraio di pseudoconcetti e di semiteorie. Tanto più difficile, oggi che la tentazione filosofo-televisiva di sparare balle a volontà si è fatta praticamente irresistibile, perché ormai si tratta di regime di concorrenza.

In conclusione, se io fossi un capopopolo, promulgherei la seguente “legge bronzea”: siate comunisti, ma solo sul piano strettamente economico della distribuzione dei beni. Per il resto, ciascuno pensi quel che vuole nella più liberale delle libertà. I meno abbienti, da noi derubati, vanno reintegrati nei loro inalienabili diritti al benessere. Vergognamoci del persistere dell’ingiustizia. E per il resto, delle scemenze (o sovrastrutture) che albergano le nostre teste ai bisognosi importa ben poco.

Leonardo Cammarano, 16 agosto 2011
Zona di frontiera (Facebook) – zonadifrontiera.org (Sito Web)


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