TERRA SENZA UOMINI E SORRISI

Succede così quando si delega ad un’ideologia, il compito di gestire la propria coscienza. Tutto si desertifica, fuori e dentro di noi. Non si distinguono più i volti degli uomini e delle donne, e non si vede il paesaggio. Prima, c’era sempre stato nella storia, un modo di cavarsela: i tiranni erano uomini e potevano essere combattuti e vinti.

Negazionismo, omofobia, femminicidio: neologismi (o dovremmo dire: neurologismi) che non parlano alle coscienze. Sono scatole per imprigionare un pensiero stanco, che si arrende ad ogni vessazione. Noi della metà del secolo scorso, cominciamo a capire, con una certa angoscia, di essere testimoni attivi della caduta d’una civiltà. Quel momento della giornata tanto struggente, quando il sole cade nell’orizzonte. Certo ci sarà un’alba, ma non per noi, e neppure per i nostri figli.

Qualche autorevole istituto di ricerche ci avverte che ci stiamo sciogliendo. Forse siamo paralizzati dalla gravità dei fatti, ma nessuna reazione significativa sembra prepararsi, al contrario, daremo forse materia di studio agli etologi del tremila per i nostri comportamenti perfettamente coatti. Indignarsi per procura, obbedire ad ogni cialtrone mediatico, inghiottire tutte le balle con le quali ci bombardano senza fiatare. In un mondo abituato a ragionare per quattrini si parla di declino economico: è un errore, il declino economico è la conseguenza del declino del pensiero perché, da che mondo e mondo, è stato il pensiero ad asservire l’economia – che è una convenzione – e non il contrario.

Dopo la guerra, vinti ma padroni delle nostre coscienze, i nostri padri ed i nostri nonni ricostruirono. In quel breve periodo in cui ci fu Italia essi sapevano sudare, sorridere, comprendere.

Avevano avuto i loro morti, in guerra, eppure non odiavano, perché la guerra è la guerra. La crudeltà affare di pochi malvagi, gli altri erano tutti soldati al servizio delle Patrie. Ci è rimasto nella memoria infantile il vago profumo di quei giorni: le mamme col grembiule infarinato, i padri con la cravatta nera e il libro dei conti, il bucato candido che sventolava in un cielo ancora terso. Non c’erano le bandiere della pace e nemmeno i pacifisti: c’era stata guerra. “Le cose, essendo, si fanno ingiustizia”. La coscienza di essere chiamati, tutti a ricostruire era presente oscuramente perfino nei bimbi. Il libro “Cuore” era ancora di attualità. Carabattole per nostalgici inguaribili? Forse, ma si aveva l’impressione di avanzare verso una meta insieme, e se qualcuno restava indietro qualcun altro tendeva una mano, senza retorica.

Caduta libera del pensiero libero. È successo poco a poco, per distrazione o iattura, flebili voci inascoltate nel deserto ed i cosiddetti benpensanti a ripetere sempre lo stesso ritornello: “incapacità della classe dirigente”. Certo. Solo che la classe dirigente sono loro, i maîtres à penser che hanno applaudito e blandito per anni chi distruggeva l’istruzione pubblica ed il concetto di Patria (vero Galli della Loggia? Non ne sa nulla, Lei? È arrivato con un’astronave da Marte direttamente al Corsera, l’altro ieri?)

I cattivi sentimenti, coltivati con meticolosità per un abbondante trentennio hanno ucciso lo stato e lo stato di diritto insieme. Nessuna riforma o politica sociale può rimpiazzare il buon senso che non si nutre di “buonismo” di facciata, ma di coscienza costantemente allenata al tormento del dubbio. E per dubitare, occorre conoscere. Il dramma non è più politico: è esistenziale. Se è dato per scontato che Patria, onore, famiglia siano termini obsoleti e proibiti, se si accetta che protestare è sfasciare vetrine e gettare bombe, se si applaude chi infierisce su un cadavere o si fa finta che non sia successo, se si assolve una casta giudiziaria per colpire un solo uomo (ed educarne milioni), se un senatore della Repubblica può candidamente affermare di aver fondato un partito solo per fregare un avversario inviso, se si pensa di promulgare una legge speciale, e magari una commissione per bonificare la “terra dei fuochi”, se i libri da leggere non sono più i classici, ma i manifesti ideologici di profittatori incolti, non è “incapacità della classe dirigente”: è entropia organizzata allo stato puro. E di questa discesa agli inferi di una nazione sono colpevoli, certo, le istituzioni, ma lo siamo anche noi. Ogni volta che aderiamo per svogliatezza o partigianeria al pensiero conforme, sottraiamo una pietra alle fondamenta della costruzione-Italia. Finché non resterà più nulla. Sarà solo questione di cambiare un paragrafo nei libri di geografia politica: “Altro”, al posto di “Italia”.


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