LA BOTOLA E IL CHIAVISTELLO

La botola. Di sicuro nel pozzo nero della politica italiana ci dev’essere una botola, visto che quando si crede di aver toccato il fondo: plùffete!, si finisce ancora più in giù. L’Italia è patria di un solo cittadino, il compromesso: si vive nella certezza – spesso fondata – di trovare una via d’uscita sempre e comunque per tirare a campare senza che l’equilibrio si alteri granchè. Ma oggi “quel pasticciaccio brutto” della condanna del Cav incombe come il macigno di Tantalo sulla zucca di tutti gli oligarchi, monarca compreso (mi è venuto in mente lui, perchè era un semi-dio, ed anche un bel pezzo di merda).

L’omo, nonostante le zie monache e gli zii-letta, è tosto di suo, la grazia non vorrebbe chiederla. Grazia “de che?” Grazia per aver subito vent’anni di persecuzione giudiziaria, per aver sopportato l’impunità e la santificazione di tutti gli altri (De Benedetti in primis), per aver vinto le elezioni ed essere stato puntualmente disarcionato da procure, piemme illetterati al soldo di proteste straniere, utili idioti, finti alleati, contesse farlocche come le loro testimonianze, etc. etc. etc?

Lui, che senza tacchi è un grande, che senza alfani è un creativo immagina – non senza soddisfazione – la grandiosità del suo incedere finalmente in gattabuia: li fotterebbe tutti. L’aureola del martire rifulgerebbe “in tra le sbarre”, il sole in tasca, fattosi a quadretti spanderebbe sui grigi oligarchi bollenti strali incineranti. Il Carcere diventerebbe il santuario del più autorevole credo berlusconiano: il Capo del popolo della libertà privato della libertà come i grandi pensatori e dissidenti di tutti i regimi totalitari.

Il consesso di legulei che lo circonda non può non sapere che più che di grazia, dovrebbe trattarsi di indulgentia plenaria quotidianza perpetua visto che sul nostro eroe gravano ancora alcune decine di processi e che la fantasia degenerata delle toghe rosse è pronta a sfornarne uno al giorno – ma che dico: al minuto! – finchè sarà libero.

Tutti sembrano volere la grazia: la famiglia, la moglie, la figlia, l’esercito di Silvio (si è mai visto un esercito implorare pietà? L’esercito combatte, perdincibaccobaccone!) gli alfani, gli schifani, e tutti quegli uccellacçi del malaugurio che impropriamente si dicono colombe.

Soffre Re Giorgio al Quirinale: “Clioooooo! Cli’! manc’ stammatina è arrivat nient? No! Aspè! Mo chiamm’ ‘nata vota a Gianniletta: prondo! Giuvà! e checcazz nun staie cumbinann nient! O ‘ssai ca vac e press!si chill va ngalera po’ ce n’amma fui’ tutte quante, mannacciattè!” Settembre, andiamo, è tempo di migrare, ma la sospirata richiesta non arriva. Non gli è bastato, per pararsi il posteriore, la nomina dei magnifici quattro per approntare un altro fantocciobis di tartassatori ignavi: grazia contro abbandono della politica sarebbe il capolavoro del suo nuovo mandato, l’apostrofo rosso tra le parole: “v’ho fottuti alla grande”.

Sappiatelo: questa è l’ultima partita. La libertà e l’Italia (non ci puo’ essere Italia senza libertà) sono la posta in gioco. Siamo in dittatura. Ci comandano tutti: la finanza, le toghe e le potenze straniere. I re tradiscono. Quello che vedete è il maledetto “teatrino” con i suoi burattini infingardi: i pupari sono altrove; e noi ad assistere disorientati a questa tragicommedia odiosa e feroce intinta nel più insulso buonismo. Un tempo le città si fondavano con un atto simbolico: il rito. Sottraeva al caos lo spazio della polis. Perché si fermi questa baraonda suicida e si possa finalmente parlare di Italia, ci vuole un gesto forte che strappi la maschera a tutti gli ipocriti. Il Cav deve andare in carcere. Così noi saremo finalmente liberi di dichiararci prigionieri. E torneremo a parlare d’Italia come di meravigliosa cosa perduta, ne sentiremo la mancanza struggente, ne ricorderemo il profumo, la musica, i campanili, le Italiane e gli Italiani – quelli veri – torneranno a combattere per riconquistarla. E forse, questa volta, vinceranno.


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