AUX ARMES, CITOYENS!

Ero ferma nel piccolo ingorgo di mezzogiorno, stamani, nella città di Borgogna vicina al mio paesello. Davanti a me un vecchio camion sgangherato di trasporti, non si capiva nemmeno di che nazionalità fosse, tanto era polveroso. Sul retro con il dito, il camionista aveva scritto, grande grande nella polvere, “Je suis Charlie”. Non mi vergogno, mi sono venute le lacrime agli occhi di fronte a quel telone. Ieri, oggi, in ogni canto dell’Europa, gli uomini dabbene hanno scritto nella polvere non soltanto il dolore, ma una chiamata a difendere, con ogni mezzo, il bene più prezioso che abbiamo, inciso nelle nostre radici: la libertà. Le piazze mute, sgomente, lumini e lacrime, riempite senza appelli, senza partiti e sindacati, senza retorica hanno urlato con il loro silenzio che l’Europa esiste e come, e siamo noi, la gente comune. Sì, senza retorica, chiamati da nessuno, persone.

E mentre tutto questo accadeva – un tragico e meraviglioso ritrovarsi tutti a difendere ciò che siamo – l’Europa dei tecnocrati taceva, imbarazzata, non avendo proprio nulla da dire, incapace perfino di fingere un’emozione. Le vetrate di Strasburgo non hanno occhi e non hanno cuore.

Questa è una guerra. È tempo che le parole ritrovino il loro vero significato, l’ipocrisa è la peggiore nemica della libertà. Siamo stati sciagurati finora. Gli inverni arabi non hanno germogli, solo sangue, è questa è una guerra. Perché la pace unilaterale non esiste e non esiste l’integrazione unilaterale. Se una parte soccombe, strappando e rinnegando i sacri principi in nome di un relativismo cieco, non integra, si disintegra.

Il multiculturalismo, così come lo si intende oggi, è una baggianata colpevole: la storia dei popoli non è sincronica, e integrare un cannibale non vuol dire fornirgli qualche nostro parente, magari antipatico, in salmì, vuol dire accettare che esiste un diverso tempo ed un diverso spazio per ogni specie e che certo, far di tutto per sanare il peccato d’origine di questa diversità, cercando l’uomo come Diogene in ogni individuo, ma difendendo la nostra diversità, se occorre, anche con le armi, non disintegrandola in un solvente di parole senza senso. «Le cose essendo si fanno ingiustizia», Anassimandro sapeva, noi abbiamo dimenticato.

Se sono arrivati a colpire la libertà di espressione, significa che l’assedio è giunto alla scena finale. Non c’è più spazio per gli eufemismi. Erano irritanti, irridenti, infantilmente giocosi ed avevano solo delle matite tra le mani. Ce n’era per tutti, anche per Domineddio. Ma disegnavano. E se ci pensate, la vignetta, in questa Europa dislessica è l’ultimo baluardo della parola perduta. Perché per il resto, ci siamo taciuti da soli, inventando astrusi neologismi, stravolgendo il senso dei fatti, tacciando qualunque dissenso al pensiero conforme come estremismo, mentre gli estremismi, quelli veri, crescono e si moltiplicano. Nascondiamo le stigmate della nostra civiltà sotto il tappeto come fossero escrementi, togliamo i presepi, mortifichiamo la nostra libertà di credere, di inventare, di sorridere in nome di presunte libertà d’altri. E così facendo togliamo la speranza anche a quelli, e sono tanti, che davvero vogliono integrarsi condividendo valori e sogni che sono i nostri. Il silenzio composto delle piazze, quei foglietti d’ogni forma e colore vergati in fretta, sono le sentinelle in piedi dell’anima dell’Europa che non vuole morire e che è pronta a vender cara la pelle, se occorre. E poco importa se Bruxelles, Strasburgo sono lontane, l’autodeterminazione dei popoli comincia dalla coscienza dell’identità. “Aux armes, citoyens”. Siamo stati colpiti in pieno questa volta, il resto, undici settembre compreso, lo avevamo vissuto come un sinistro videogioco, e il tempo è passato. Ed ora siamo in guerra, capito? Guerra. Bisogna combattere.


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